C 3 7 A é DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO

SECONDO AIUTANTE DI CAMERA

DI SUA SANTITÀ PIO IX.

VOL XLIX.

IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLVIII.

DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO -ECCLESIASTICA

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OMBRELLINO, Umbellinus, Uni- bracidus. Insegna di distinzione e istrumento con che parandosi il sole si fa ombra, e con esso riparasi pu- re la pioggia. L'invenzione delle om- brelle per ripararsi dai raggi del sole risale a' tempi più remoti, ed in molte solenni occasioni e ceri- monie fu usato come distintivo di dignità , e come un segno di risdizione, onde fu paragonato Baldacchino di cui è simbolo , alla Mappula [Vedi), ai quali ticoli ed a Mapful^ri si parla an- cora de' loro sostenitori, e meglio ai luoghi ove si descrivono le funzio- ni in cui si usa l'ombrellino, che suol chiamarsi baldacchino d' una sola asta. Il Fanone {Fedi) fu tal- vòlta chiamato l'ombrello o baldac- chino che anticamente si portava sul capo del Papa. In Italia si dis- se ombrellifero o ombrelliere la per- sona che portava l'ombrellino ai

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prelati o ad altri dignitari che ne godono l'uso per prerogativa di o- norificenza, anche come segnale del- l'altra del baldacchino dai medesi- mi adoperato. In Alea città d' Ar- cadia, celebrandosi la festa in onore di Bacco chiamata Sceria, si porta- va in processione la di lui statua colle tempia cinte di foglie di vite, entro un'adorna lettiga, nella quale sedeva una giovane baccante che portava un'ombrella, affine d'indi- care con questo mezzo la maestà del nume. In molti bassorilievi di Persepoli il re o uno de' primari magistrati viene rappresentato sotto un'ombrella che una giovinetta tie- ne aperta sopra il suo capo. Ed ecco ch'eziandio nell'antichità l'om- brellino fu un segno di potenza di- vina od umana, di religione e di di- stinzione. I greci si servirono di ombrelle nelle feste Dionisiache di Bacco , per venerazione e decoro

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della divinità, onde Bacco ebbe tra gli altri i soprannomi di umbrolccù o timbratici. Gli ebrei cbe sul ca- dere della repubblica giudaica si diedero alle idolatriche superstizio- ni, contaminando la festa de' taber- nacoli con alcune cerimonie prese dalle feste Dionisiache, le celebra- vano con ombrelle. Anche nelle fe- ste di Cerere chiamate Eleusini?, e Thesmophoviae, e in quelle di Mi- nerva dette Panalheneca, si usaro- no ombrelle. Dall' uso sacro passò l'ombrella all'uso profano, ed i pri- mi che l'adottarono per segnale di dignità furono gli antichissimi re di Persia , che non comparivano mai in pubblico senza l' ombrello : in Baldacco, luogo della Persia, fabbri- candosi un panno tessuto d' oro e di seta porpora, e questo adottan- dosi per una specie di tenda sta- bile, sotto la quale furono eretti i troni, o portatile, sotto cui incedeva- no sovrani e personaggi, prese il nome di baldacchino e baldekino, velo, om- brella, mappula, umbracolo. Pres- so gli antichi romani si trova che JVuma Pompilio ordinò che quando il sacerdote andava al tempio per sagrificare, fosse portato in carro co- perto con panno in forma d'arco trionfale. Si ha pure che l'ombrella la portasse solamente il pretore, ed in seguito divenisse quasi comune ai distinti personaggi, non pare in principio a titolo di dignità, ma per ripararsi dal sole e dalla pioggia. Fra'cristiani divenne in uso l'om- brella o ombrellino singolarmente nelle cose sacre, qual distintivo di- gnitoso, e per lo più di seta dama- scata di color bianco ed anche di lama o ganzo d'oro, guarnito con trine e frangie d'oro o di seta, col manico o bastone nero, e si sostie- ne da un chierico sopra il sacerdo-

OMB te quando porta processionalmente la ss. Eucaristia o Viatico [Fedi) neh' ostensorio o nella pisside, uso che il Marlene riferisce già prati- cato l'anno i368, De anliq. monac. ritibus cap. 25, lib. 3. L' uffizio di sostenere l'ombrellino è molto de- coroso, poiché parlando il cerenio- niale de'vescovi, lib. II, cap. 33, del portare le aste del baldacchino, pre- scrive : deputenlur nobilis viris, ba- rones etc. Se un cardinale, prelato o altro personaggio s'incontra colla ss. Eucaristia che viene portata agli infermi, discende dalla carrozza, prende l'ombrellino e lo porta sino alla casa del malato o alla chiesa, e ciò in omaggio di venerazione al Signore de' dominanti. Di ciò si fece parola a Carrozza, e dell'accompa- gnamento del viatico nel voi. XL, pag. 1 33. Decretò la congrega- zione de' riti. 3 1 85. Umbella uti nec licet praesidi, neque alteri in so- lemnitate Corporis Christi dum fit processio solemnis. 4420- Baldachi- num non esse defereudum in pu- blicis supplicationibus , in quibus circumferuntur imagines, simulacra et reliquiae sauctorum , quia cora- petit dumtaxat ss. Sacramento, et ubi viget consuetudo , etiara reli- quiis instrumentorura passionis D. N. J. C. 447 '■ Decretimi generale, quo jubetur, ne reliquiae sanctorum de- ferantur sub baldachino, et ordi- naiiis locorum districte praecipitur, ut abusus eliminent. La Chiesa dun- que alle reliquie del ss. Sangue , Croce, e istromenti della passione di Gesù Cristo, non propriamen- te l'onore dell'ombrellino o baldac- chino, e solo lo coucede in que'lub- ghi ove ve ne sia inveterata con- suetudine di esporre o portare re- liquie sotto baldacchino e ombrel- lino. Nella solenne traslazione però

OMB delle reliquie de' santi si usava il baldacchino del colore conveniente (^.Reliquie), se martire o confes- sore; ma la congregazione de' riti, per l'abuso che si faceva di tal uso, con decreto approvato da Leone XII, escluse il baldacchino o ombrellino per le reliquie de' santi. Che il bal- dacchino non si può usare neppu- re per le reliquie della Beata Ver- gine, lo dicemmo nei voi. XXXI, p. 222, e XXXIV, p. 109 del Di- zionario, essendo soltanto proprio col- l'ombrellino del solo ss. Sagramenlo. Anzi noteremo che Clemente XI, a- ventlo saputo che nell'arcidiocesi di Toledo si portava il ss. Viatico sen- za l'ombrellino, energicamente esor- tò l'arcivescovo a ripararvi. Nelle eucaristiche funzioni il colore pro- prio del baldacchino o dell'ombrel- lino è bianco; il rito ambrosiano usa sempre il colore rosso. A Ci- borio e Tabernacolo si dice del co- nopeo velo o baldacchino di essi. Il conopeo è un velo che si frap- poneva fra il sacerdote e il fonte battesimale nel tuffarsi in esso le donzelle che si battezzavano, ed i battisteri o fonti sacri alcuni sono coperti del conopeo. Anche la pis- side è coperta d'un piccolo co- nopeo.

Il privilegio di portare l'ombrel- lino venne in seguito, oltre l'usarsi dai Papi e sovrani, dato ai cardinali, ai vescovi, a qualche prelato, ai prin- cipi, duchi, marchesi, ec. con colo- ri propri ad ogni grado ; come l'u- so degli ombrellini per ripararsi il sole e delle ombrelle per ripararsi dall' acqua è comunissimo, e si u- sano di seta, di cotone e di tela cerata, di diversi colori: gli anti- chi romani per ripararsi dagli ar- dori del sole servi vansi d'una spe- cie di cappelli o parasoli che chia-

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movano umbellae. Del cappellone o parasole usato dai cardinali in luogo dell' ombrellino nelle proces- sioni, se ne parla nel voi. IX, p. 175 del Dizionario. II Papa usa due ombrellini di damasco rosso guarniti con trina e frangie d'oro e fiocchi di seta rossa e oro, con bastone nero, che ripiegato si cu- stodisce entro saccoccia di tela ros- sa. Si tengono appesi in sala, si por- tano ne' possessi, ma incedendo per la città, ne' viaggi e nelle villeg- giature se ne porta uno solo colla saccoccia da un parafreniere o se- diaro, e si pone sopra la carrozza ; ne' treni pubblici o semipubblici procedendo i parafrenieri a piedi, uno porta inalberato e chiuso l'om- brellino dietro la carrozza, apren- dosi dal decano per riparar il so- le al Papa quando scende dalla carrozza, ed anco camminando la carrozza stessa. Se il Papa i' a- dopera, lo sostiene il decano, e in alcuni luoghi anche i magistrali o altri distinti personaggi, ed il tutto meglio si riferisce ai rispettivi ar- ticoli. Si crede che l'imperatore Costantino il Grande concedesse la insegna dell' ombrellino a s. Silve- stro I Papa del 3 1 4- H Pontefice Anastasio III del 911, ad istanza di Berengario I imperatore e re di Italia, concesse 1' uso dell' ombrelli- no al vescovo di Pavia. Del bal- dacchino portato sopra il Papa, fe- ce menzione Innocenzo III del 1 198 con la voce mappula, nel cap. 7, lib. 2 de M'issa, dicendo pure dei suoi significati allegorici e mistici. Nell'Ordine romano XII di Cencio Camerario, si legge che il nuovo Papa portandosi con cavalcata al Laterano, un servente portava 1' om- brella. Neil' Ordine romano XIV di Pietro Amelio, De Dominica Pai-

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marum, si dice che il Papa ince- deva sotto umbella seu baldachi- ti uni in processioni bus e lo soste- nevano quattro nobili. Nel 1178 ritornando Alessandro III da Ve- nezia a Roma, dopo la pace fatta con Federico I, gli anconetani pre- sentarono due ombrelle, una pel Pa- pa, l'altra per l' imperatore : allora Alessandro III disse : una terza se ne prepari pel doge veneto, a cui meritamente gli si compete, poiché egli avendoci liberati dal fragor del- la guerra, ci pose nel refrigerio della pace ; lo che propriamente si- gnifica 1' ombrella, nella di cui me- moria vogliamo che i dogi di Ve- nezia ne facciano uso nelle loro solennità. Nel voi. XXIV, p. 88 del Dizionario narrai come entrò Urbano V nel 1 366 in Roma, in cui Ridolfo Varani signore di Ca- merino portò il gonfalone e le chiavi sul suo capo. V. Ingressi .'oj.enni m Roma, e Gonfalone : a Chiavi pontificie dissi come col padiglione informa d'ombrello sono le insegne della romana Chiesa. Del Padiglione (Vedi) o sinnicchio o zinnichio, o grandissimo ombrello, insegna delle principali basiliche di Roma, ne parlai ne' voi. VII, p. 1 16, IX, p. 55, XI, p. 178 e 263, XII, p. 33 del Dizionario ed altrove. Ivi si è dunque detto come il pa- diglione, papiliones vel lentoria, ma- gni umbraculi, sivet abernaculi, con- trassegno di giurisdizione e distin- tivo speciale, con la croce e il cam- panello precede nelle processioni il clero di dette basiliche; eh' è so- vrastato da piccola croce dorala su globo simile, ed è fatto in forma di vasto ombrello di striscie di drappo di seta gialla e rossa, con drappellone in cui sono gli stemmi della basilica, chiudendosi come l'om-

OMB biella e sostenendosi alternativamen- te da due individui con veste bian- ca ; che se ne attribuisce la remota origine per ricevervi al coperto il clero nelle lunghe processioni, al- lorché era sorpreso dalla pioggia, e perchè il capitolo lateranense ha due padiglioni, ciò si crede, come essendo anticamente più. numeroso ne usò perciò due e con essi si fa precedere, ovvero il doppio padi- glione lo adopera come cattedrale di Roma la basilica cui appartiene, o più ragionevolmente per avere il capitolo riunito le prerogative della vicina basilica di s. Lorenzo ad sancta Sanctorum, il perchè usa pure due croci e due campanelli nelle stesse processioni. Ne' diari rnss. del cerimoniere Cassina, de- scrivendosi l'associazione del cada- vere del cardinal Colloredo peni- tenziere maggiore nel 1709, si leg- ge : Postea clerus, beneficiali et ca- nonici basilicae s. Mariae trans Tyberim cimi propria cruce sine papilione. Fedi il Moretti , De presbyterium p. 127, 128. Nel li b. I, e. 91, p. 2go: de caeremoniis aulae Bizantinae, per la creazione di Leone in imperatore, si narra che praeit Patriarcha cimi suo clero in magnani ecclesiam. Ad- sunt presbyteri in Papilione. Est aulem Papilio dictio romana. Si- gnificat illud animalculuni vel in- sedimi, auod circa Crambeni oh- volitai. Ratio appcllationis est. Ve- la Papdionis vel Tentoni variis colorìbus dislincta referunt simili- tudine alas illius animalculi, auod romani Papilionem appellant. In lume itaque Papilionem intrai imperator. In fatti anche al presen- te i padiglioni o sinuicchi delle ba- siliche romane hanno i teli alter- nativamente, si nel corpo del gran-

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tle ombrello che nel drappellone, a due colori, cioè rosso e giallo, pro- pri tuttora del senato e popolo ro- mano. Che questi due colori, pri- ma che Pio VII sostituisse il bian- co e giallo, fossero propri della Chiesa romana e delle sue milizie, lo notai nel voi. XXXIII, p. 123 del Dizionario.

Nel 1 383 Carlo III Durazzo re di Napoli ricevè nella sua reggia sotto I' ombrella d' oro il Papa Ur- bano VI : come furono ricevuti i Pontefici ne* loro viaggi, si parla ai luoghi ove si recarono. Nelle rela- zioni dei Possessi presi dai Papi nella basilica Lateranense e raccol- te dal Cancellieri, si leggono le se- guenti erudizioni siili' uso e forma dell'ombrellino del Pontefice in solenne funzione, potendosi anche consultare il Catalano in Ponlif. Rom. t. I, cap. V. Nel possesso di Gregorio XII nel i4o5, dopo il Papa a cavallo procedevano XII vcxilla. Deinde ea cani umbraculo sericeo, quoti tendìt in conimi, an- teque Ponti ficem semper ferlur, per Costantinuni ipsum pollasse ad praefatum devenisse Sdvestrum. Noteremo che allorquando uel i449 1' ultimo antipapa Felice V rinun- ziò il pseudo-pontificato, in premio Nicolo V lo dichiarò cardinal de- cano del sacro collegio e gli con- cesse alcune insegne pontificie; ma fra le eccettuate fuvvi l'ombrellino. Nel possesso di Pio II i romaui pretesero appartenergli il baldac- chino che avea usato. Innocen- zo Vili nel possesso dell' anno 1 4^4 "• Papa, cujus equum duce- bant senalor, et conservalores ur- bis, quia laici digniores ipsis non inlerfuerunt, sub baldachino, quod cives romani, capita regionum, et alii nobiliorcs cives, qui continuo

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in satis copioso numero ante Pa~ pam incedebanl, usque ad Latera- num portabant. Leone X nel pos- sesso del i5i3 fu preceduto dalla ss. Eucaristia : equum cum Sacra- mento ; baldachinum super Sa- cramento per cives romanos Vili vicissim. Dopo i protonotari, ulti- mo umbella Papae, quam portai unus Macerius ( Mazziere, Fedi ) armatus totus, absque tam galea. Nel voi. V, p. 299 del Dizionario notai, che recandosi Leone X a Bologna preceduto dalla ss. Euca- ristia, a questa fece servire il ma- gnifico baldacchino che gli aveva- no destinato i bolognesi, e il meno ricco che i medesimi aveano pre- parato pel santissimo Sagramento 1' usò per ; e ad Eucaristia ss. che precede i Papi ne' viaggi, ra- gionando del suo cerimoniale, dissi del suo baldacchino o ombrellino. Nel possesso di Sisto V del 1585, Unus parafrenarius ferebat unum umbraculum ex damasceno rubro supra Pontificali, transeunlem per solem. Nel possesso di Gregorio XIV nel i5go, dopo di lui caval- cavano i soliti cubiculari intimi. A pud eos, et prope Ponti ficem, pa rafrenarius unus Sanctilatis suae cum umbella ex damasceno serico purpureo confecta, aureis corda lis, et frangi is ornata, pedes gradieba- tur ad arrendimi solis radios per viam, ne visum Ponlificis offende- rent. Innocenzo X nel possesso del 1 644j incedendo in Lettiga [Vedi), seguito dai consueti cubiculari do- mestici, non lungi da loro, vicino alla lettiga, era un paral'reniere di sua Santità coli' ombrella di dama- sco cremesino, trinala d'oro. Co- sì per Clemente IX e Innocenzo XI. Anche Innocenzo XII nel 1691 an- dò al possesso in lettiga, presso la

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quale due suoi parafrenieri soste- nevano due ombrelli di damasco cremesino trinati dJ oro. Clemente XI nel possesso del 1701 cavalcò, e dopo erano portate due ombrel- le dal decano e sotto decano, che servivano nelle occorrenze. Nel suo pontificato il p. Bonanni pubblicò la Gerarchia ecclesiastica, ove a p. 400 dice che nelle funzioni ec- clesiastiche il Papa usa due om- brelle di seta rossa guarnite d'oro, una sostenuta dal decano de' para- frenieri, l'altra dal sotto decano; e che nel giorno in cui coronato si trasferisce dalla chiesa di s. Pie- tro alla Lateranense, l' ombrella si sostiene da un mazziere armato. Ciò riporta parlando al cap. 97 del baldacchino sotto cui si porta il sommo Pontefice, maestoso or- namento, che fu adottato dai Papi non per fasto e vana pompa, ma per conciliare venerazione ne' po- poli, i quali ordinariamente dalle cose sensibili ed esteriori prendono argomento di stimar ciò che non comprendono con 1' intelletto; aven- do Dio ordinato nella legge antica, che 1' Arca si conservasse sotto co- perte preziose, e che il sommo sa- cerdote sotto l' ombra di esse of- frisse il sacrifizio. Nella funzione

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del possesso di Benedetto XIII nel 1724 e di Clemente XIII nel 1758, il decano e sotto decano dei parafreuieri, vestiti in abito nero, portarono ciascuno l' ombrella a- perta presso il Papa; altrettanto si legge di Pio VI, che fu l'ultimo Pontefice che prese possesso caval- cando. Pio VII lo prese in car- rozza, circondato dal decano e sotto decano, con due palafrenieri cogli ombrelli. Benché il regnante Pio I\! vi si recasse in carrozza, fu preceduto e seguito dalla cavalcala nel 1846,

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e due parafrenieri incedevano presso di essa col decano, [' ombrellino di damasco rosso e con la borsa di velluto rosso secondo il consueto pei memoriali.

I cardinali hanno l'uso di due ombrellini di seta damascata, cioè uno rosso, l'altro paonazzo, guarni- ti con trine, frangie e flocchi simi- li, del qual colore sono le fodere di tela per custodirli, da cui esco- no i cordoni ed i due fiocchi, ado- perandosi quel colore secondo i tem- pi e le prescrizioni de'cerimoniali, e le Vesti e Cappe de' cardinali (Vedi), dovendosi l'ombrellino e il cuscino sempre uniformare al co- lore delle vesti cardinalizie, e nelle domeniche Gaudele e Laetare, in cui i cardinali adoperano il colore roseo, l'ombrellino è paonazzo co- me la cappa. Negli articoli delle Cappelle pontificie e cardinalizie e in quelli d'ogni funzione cui in- tervengono i cardinali, parlando dei loro treni, livree e vesti colle qua- li v'incedono, notai ancora di qual colore si fa uso dell'ombrellino e cuscino; quando dissi, i cardinali vi si recano con vesti e tutto altro rosso o paonazzo, di tal colore de- ve essere eziandio l'ombrellino; ed altrove rimarcai, che i cardinali de- cani, di principesca famiglia, o dei marchesi di baldacchino, siccome godono il distintivo d'intarsiare l'oro nelle seterie de'finimenti de'loro ca- valli e guarnizioni delle loro car- rozze, cosi i loro ombrelliui rosso e paonazzo, i fiocchi, le trine e le frangie di seta simile sono intarsia- ti con oro: altrettanto come le se- terie frammiste con oro, potrebbe- ro usare i cardinali camerlengo e vice-cancelliere. I due ombrellini si appendono nelle pareti della sala in un ai due cuscini ; e quando il car-

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tlinale esce di casti, un servitore per turno cou esso sotto il braccio lo precede, e poi lo pone all'estremità destra della carrozza fermato all'un- cinello, il cjuale è in tutte le car- rozze di quelli che godono questo distintivo. Nel discendere il cardina- le dalla carrozza, meno se per di- porto passeggia fuori delle porte di Roma od altrove, non lo precede l'ombrellino, ma resta sulla carroz- za, in cui si pone anche ne' viaggi e villeggiature; sempre l'ombrellino come insegna deve accompagnare ovunque il cardinale : quella della Mazza d'argento i cardinali non più l'usano. In conclave stesso i car- dinali ritengono l'ombrellino, ben- ché non l'usino, cioè il paonazzo col quale vi entrarono, uscendone poi col rosso. La prima volta che il nuovo cardinale usa l'ombrellino, non l'adopera il giorno di sua crea- zione recandosi a ricevere dal Pa- pa la berretta cardinalizia (del cui modo, oltre a Berretta, meglio par- lai ne' voi. IX, p. 176, e XXXV, p. icjt. del Dizionario), ma bensì in quello in cui si reca a prendere il cappello cardinalizio , ma riposto dentro la carrozza, poiché solo dopo ricevuto il cappello incomincia ad usarsi, laonde non possono adope- rarlo que'cardinali creati assenti da Roma benché da lungo tempo, fin- ché non hanno ricevuto il cappello rosso dal Papa. 1 due cardinali che accompagnano iti carrozza il Pon- tefice, sedendogli l'impello, non usa- no allora l'ombrellino per rispetto, ma lo fanno riporre nelle proprie carrozze di seguito, o lo lasciano nella sala pontificia. L'ultima volta che si usa dal cardinale l' ombrel- lino, è nella pompa funebre in cui si porta il cadavere alla chiesa, pre- cedendolo con esso un servitore a

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piedi, perchè a piedi vanno tutti gli altri servitori; e quando i cardina- li recansi per visite di formalità, possessi o altre circostanze, in cui i servitori precedono a piedi la car- rozza, l'ombrellino è portato da uno di essi sotto il braccio. L'ombrelli- no de'cardinali in rare occasioni si apre, per cui è sempre ripiegato dentro la sua custodia di tela. Nel sabbato santo i cardinali si recauo alla cappella con ombrellino pao- nazzo, e siccome al peccatores del- le litanie depongono le cappe pao- nazze ed assumono sulla sottana paonazza le rosse, dopo la funzio- ne prendono la mantelletta e moz- zetta rossa, così nel tornare a casa si usa l'ombrellino rosso, e la cap- pa si pone nella saccoccia di tal colore. Parlando delle Carrozze, dis- si, che prima d'adottarle i cardina- li cavalcavano anche ne' viaggi col- 1 ombrellino per ripararsi dal sole e dalla pioggia, così e per segnale di dignità e in memoria del prece- dente uso, sempre un loro dome- stico lo porta quando escono dal proprio palazzo. In fatti, abbiamo che il cardinal Farnese quando an- dò in Germania legato a Carlo V, sempre cavalcò riparandosi il sole e la pioggia coll'ombrellino. I car- dinali impotenti di andare a caval- lo, facevano anticamente uso delle lettighe e delle sedie. Spettava ai palafrenieri de' cardinali il baldac- chino sotto il quale ricevevasi nei loro ingressi i legati a latere.

Tra i prelati, il solo Uditore dei- la camera {Vedi) usa l'ombrellino paonazzo, non però nel palazzo apo- stolico, come il primo tra i prela- ti di fiocchetti, e perciò gode il di- stintivo del Baldacchino al modo detto a quell'articolo. I vescovi noti hanno l'uso propriamente dcU'um-

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brellino, ma del baldacchinOj cioè sopra l'altare e sopra la sedia o trono episcopale, come altri prelati; e sotto baldacchino incedono nei pos- sessi e processioni portando il ss. Sagramento ; di che tratta il Ce- reni. episcop. lib. I, cap. i4- De usu umbraculi seu baldachini. Il Vettori nel Fiorino d'oro p. 5oj ri- porta una gemma antica in cui si vede un vescovo a cavallo e in mi- tra in atto di benedire, preceduto e seguito da due individui, il primo colla croce, l' altro coll'ombrellino, in forma di Flabello {Vedi). Altre- sì nella corte romana godono l'uso e l'insegna dell'ombrellino, i Prin- cìpi assistenti al soglio, il Maestro del sacro ospizio, i Principi, i Du- chi, i Marchesi di baldacchino, il Senatore ( le mogli di detti perso- naggi godono l'uso dell'ombrellino), ed i Conservatori di Roma ( Vedi), ec; come ancora gli Ambasciatori [Vedi), ed anche quelli di Bologna e Fer- rara (Vedi), ornando vi erano in Roma. Gli ombrellini di tali perso- naggi souo di seta celeste con fioc- chi simili, e guarnizioni frammiste con oro. Nel colore della seta diversificano gli ombrellini di alcuni ambasciatori, che adoperano quello proprio della loro coite, e quello del senatore e de'conservatori di Roma, essendo il colore nero, e lo porta innanzi un Fedele di Campidoglio; va però nota- to che la fodera dell'ombrellino di detto magistrato romano è di due colori, cioè di tela nera in quei gior- ni che il magistrato indossa il rub- bone nero, e di tela gialla quando esso veste la toga d'oro. A miglior schiarimento di quanto dicemmo tanto dell'ombrellino, che delle se- terie de' cavalli delle carrozze del magistrato, come uè' voi. Vili, p. ->-3i, e X, p. i2i del Dizionario,

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aggiungeremo che la prima car- rozza giornaliera dell' antico ma- gistrato , i cavalli avevano seterie e fiocchi di seta nera ed oro , la seconda e la terza carrozza aveva- no cavalli con seterie e fiocchi di seta gialla e rossi; nei tem- pi di gala e quando si usava dal magistrato il treno nobile, i caval- li della berlina aveano seterie, in- trecciature e fiocchi di seta bleu e oro. Il senatore usa come il magi- strato le suddette seterie e ombrel- lino, il quale è pure portato da un fedele. Nel prospetto delle attuali prerogative del senato romano, si leg- ge. Alzerà permanentemente il trono nel proprio palazzo insieme al bal- dacchino. Avrà l'uso dell'ombrelli- no a somiglianza de'principi. Avrà il treno di carrozze proporzionato alle occorrenze, ma non mai più, di sei, meno di tre. Gli orna- menti de' cavalli saranno di oro per la prima carrozza ; negri e d'o- ro per la seconda; negri e gialli per la terza. Finalmente l'insegna onore- vole dell'ombrellino l'usano molti comuni, o magistrature municipali, e Pio VII con breve del 23 dicem- bre 1 8 1 4 presso il Bull. Coni. tota. XIII, p. 348, lo concesse al magistra- to civico d'Anagni nelle pubbliche funzioni. Sopra i baldacchini si può vedere il Lunadoro, Relaz. della corte di Róma, edizione del 1 646, p. 1 37, 1 38 e 32g. E sopra gli om- brellini : Carmeli dell'uso delle om- brelle o baldacchino, nel t. II, p. 20, De' costumi sacri e profani. Pao- lo Pacciaudi, De umbellae ges tallo- ne commenlarius, Romae 1752. Co- stantino Ruggieri, Osservazioni so- pra l'uso e la forma degli ombreL li3 presso gli antichi, tanto gentili, quanto cristiani, e sopra altre cose appartenenti alle antichità sacre e

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profane, indirizzate al p. Paciau- di. 11 p. Bonanni, Numism. Pont. t. I, p. 236 e seg., eruditamente tratta sulle diverse denominazioni dell' Umbella e differenti specie.

OMELIA, Homilia, sacra oralio. Ragionamento sacro sopra l'evange- lo e altro argomento. In origine si- gnificò conferenza, o assemblea, o radunanza di popolo, e poscia ven- nero chiamate omelie le esortazioni ed i sermoni che si facevano ai popoli congregati insieme nella chiesa. 11 nome greco homclia significa propria- mente un discorso famigliare, ed in fatti le omelie facevansi famigliar- mente nelle chiese dai prelati che interrogavano il popolo, e ne erano interrogati, all'opposto dei sermoni che dicevansi dal pergamo alla fog- gia degli oratori. I padri greci chia- marono omelie le prediche, tutte le omelie de' padri greci e latini sono fatte dai vescovi. Chiamatisi altresì omelie le lezioni del terzo notturno dei mattutini, che spiegano il van- gelo del giorno, e che sono estratte dalle omelie de'padri. Si dice Ome- lario il libro che contiene le ome- lie de'padri, che leggonsi nell'uffi- zio, homiliare, homiliarius librusj ed Omeliasta il facitore di omelie, ho- miliates, homilites. Vedasi Antonio Bianchini, Collezione delle migliori omelie de' ss. Padri greci, Roma 1827. 11 Sarnelli, Lett. eccl. t. IV, pai lan- dò nella lett. 53 non potersi il ve- scovo esimere al tutto dal predica- re, quanto allo stile dice, essere di tre maniere quello della Predica (Fe- di), dommatico, critico, parenelico; uno insegna la dottrina, l'altro cen- sura i costumi, il terzo è famiglia- re, distinguendo s. Paolo l'insegna- re dall'esortare, e per esortare pre- scrive il genere famigliare e pare- netico, che s. Agostino nel sermone

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18, Deverbis Domini, chiamò csor- tationes ccclesiae morales, dette ome- lie, cioè allocutiones. Di queste esor- tazioni n è pieno il Pontificale ro- mano nelle saere ordinazioni, nella dedicazione della chiesa, ed altrove. Si può leggere nel Cerem. episcop. lib. I, cap. 22 : De concionibus sca sermonibus infra missam solemncm habendis, seti post missam in fu- nere episcopi, ani alicujus magni viri, et de habilu sermocinantis. Le omelie si fanno anco dagli abbati mitrati ne' pontificali, massime di quelli nullius dioecesis. Nel voi. Vili, p. 236 parlammo delle prediche e discorsi che si recitano nelle cappel- le pontificie, descrivendo le quali dissi in quali funzioni i Pontefici pronunziavano dopo l'evangelo l'ome- liaj cioè ne'solenni pontificali di Pa- squa, de' ss. Pietro e Paolo, e di Natale, per la dedicazione di chie- se, consacrazione di vescovi, cano- nizzazioni, ed altre circostanze. Gli antichi Pontefici le recitavano di fre- quente per diverse feste, e in diver- se Chiese di Roma (Fedi), massime l'eloquentissimo s. Leone I del 44°> di che ne abbiamo monumenti, co- me di s. Gregorio I del 590. Que- sto Pontefice, per non dire di altri, nella basilica Vaticana fece undici omelie, tre sopra gli evangeli in quella di s. Maria Maggiore, e quat- tro in s. Lorenzo fuori le mura, cioè nella domenica di settuagesima, nel mercoledì di Pasqua, nella pri- ma domenica dopo la festa della ss. Trinità, e nel sabbato delle quattro tempora di settembre, spiegando di- verse cose, e celebrando le feste dei santi patroni della chiesa ove le re- citava, in un al vangelo corrente. Delle omelie fatte da s. Gregorio I ne parliamo in diversi luoghi, ed il cardinal Baronio fece' incidere con

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caratteri nel dorso d'una sedia di marmo, esistente nella chiesa de'ss. Nereo ed Achilleo, l'omelia che ivi pronunziò. Nel 1 83 1 in Venezia si pubblicarono: Le quaranta omelie sopra gli evangeli volgarizzate di s. Gregorio I Magno. Innocenzo III ad ogni festa soleune della Chiesa ne spiegava l'origine, l'im- portanza e l'efficacia nella creden- za e nella vita de'cristiani, con ome- lie; e questo faceva specialmente in quelle settimane, fatte più delle al- tre a muovere alla contemplazione dell'amor di Dio, con la commemo- razione della morte riparatrice di Gesù Cristo. Egli sermoneggiava pur ne'giorni consecrati alla memoria dei confessori e de' martiri della Chiesa militante di Cristo, assunti alle glo- rie della trionfante, dopo mille com- battimenti e patimenti. Il predicar suo era in lingua volgare, e accor- revano in folla il popolo e clero a udirlo per la sua profonda dottri- na ed eloquenza. Raccolti una par- te de'suoi sermoni, li mandò in do- no d'amicizia ad Arnaldo abbate ci- sterciense : Innocentii sermones per festivitates sanctorum totius anni.

In tempi a noi meno lontani Cle- mente XI nella basilica Vaticana fe- ce al popolo romano elegantissime omelie latine, nelle quali si ammi- rava riprodotta la maschia eloquen- za di s. Leone I Magno : le pro- nunziò nelle feste di Pasqua, de'ss. Pietro e Paolo, di Natale, e per la canonizzazione de'ss. Pio V, Andrea Avellino, Felice da Cantalice, e Ca- terina da Bologna, sedente in trono, con mitra in capo. L'ultima la ri- porta a p. 229 il Cappello, Acta canon, j ed a p. 2 33 avverte che dopo Leone X, che nella canonizza- zione di s. Francesco di Paola re- citò un'omelia nel 1 5 1 cj, in questa

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funzione non si erano dai Pontefici più pronunziate. Nel 17 17 Clemen- te XI per l'ultima volta recitò l'ome- lie, poiché l'indebolita sua salute non gli permise più farlo. Carlo Alessio Guidi stampò sei di tali Omelie di N. S. Clemente XI spiegale in ver' si, Roma 17 12, con bellissimi rami e splendida edizione ch'erasi studia- to rendere correttissima, ma che gli fu fatale. Poiché, portando il libro magnificamente legato al Papa a Castel Gandolfo, vagheggiandolo nel viaggio, si accorse d' un errore di stampa. Se ne accorò talmente che giunto in Frascati in casa Pagliari, un colpo d'apoplesia lo tolse di vi- ta; il libro fu quindi recato al Pa- pa che ne restò dolentissimo. Que- sto libro merita d'essere annovera- to fra quelli rammentati da Got- tobl : Comment. epist. qua aliquos Ubrorumfata recenset, Wittemberga 1 73 1 ; e da Klotz, Disputat. de li- bris auctoribus suis fatalibus, ivi 1728. Dipoi in Venezia nel 1717 col testo furono stampate : Le ome- lie ed orazioni (due sul terremoto) della S. di N. S. P. Clemente Xf, volgarizzate da Gio. Maria Cre- scimbeni, terza impressione. Anche Benedetto XIII recitò molte ome- lie; così il dottissimo Benedetto XIV recitò un' omelia nella festa de'prin- c-ipi degli apostoli nella basilica Va- ticana, per la canonizzazione di cin- que santi, che si legge nel suo Bull. t. Il, p. 257. Pio VI rinnovando il costume de' più dotti e zelanti Papi, recitò diverse omelie nelia ba- silica di s. Pietro nelle summento- vate solennità. Quando nel 1782 si recò a Vienna, celebrando il Pon- tificale di Pasqua nella metropolita- na, dopo il vangelo fece una fervo- rosa omelia, che fu stampata insie- me con gli altri Atti del suo viag-

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gio. Essendo il medesimo Pontefice abbate ordinario di Subiaco, riedi- ficò la cattedrale di s. Andrea, e in consagrarla pronunziò un'omelia, che pubblicò il prelato Biancadoro poi cardinale, nel libro: Pio FI in Subiaco. Dello stesso abbiamo : Pii VI Allocutiones, Homeliae, pieni- quae Epistola?, Amstelodami 1792. Pio VII come vescovo d'Imola mol- te omelie recitò (di quella che die tanto a parlare, si può vedere il voi. XXXIV, p. 107 del Dizionario), e da Papa consecrando nel coro del- la basilica Vaticana a'3 aprile 1804 Gioacchino Tosi in vescovo d'Alia- gni, pronunziò la sessantesima sua omelia, che si legge nel Bull. Rom. Continuatio, t. XII, p. 1 4 1. Grego- rio XVI a'26 maggio 1839 solen- nemente canonizzò cinque santi, e dopo il canto del vangelo pronun- ziò un'eloquentissima omelia, piena di sacra unzione e di soda pietà, nella quale encomiò la santità dei nuovi eroi canonizzati : dopo l'ome- lia il cardinal vescovo assistente pub- blicò l'indulgenza al modo detto nel voi. VII, p. 3o2 del Dizionario, cioè per quelli che visiteranno i se- polcri de'nuovi santi negli anniver- sari di loro festa, poiché la plena- ria che in tal circostanza si suole promulgare, non ebbe luogo perchè dando poi il Papa dalla loggia la solenne benedizione, allora fu notifi- cata. Quindi lo stesso Pontefice a'5 ottobre 1840 fece la solenne conse- crazione dell'altare principale della basilica di s. Paolo, e terminata la funzione in trono pronunziò analo- ga commoventissima allocuzione o omelia, di cui parlammo nel voi. XI, p. 25 1 del Dizionario^ pene- trato di spirituale conlentezza ; indi compartì l' apostolica benedizione, facendo pubblicare dal cardinal pri-

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ino diacono l'indulgenza, ed assun- ti gli abili sacri per la messa bas- sa, sull'altare mentovalo disse quel- la della dedicazione. Nelle consa- grazioni de'vescovi che fece Grego- rio XVI, non recitò omelie.

OMER (s.), Fammi s. Audeniari, Audomaropolis, Silhieu. Città ve- scovile di Francia nell' Artesia o Arlois, dipartimento del Passo di Calois, capoluogo di circondario e di due cantoni, a 60 leghe da Pa- rigi. E situata parie intorno al mon- te Silhieu, parte sul colle che con- giunge detto monte con quello des Cravattes, ed in pianura bassa e paludosa attraversata dall'Aa che vi diviene navigabile. E una piazza for- te di prima classe, cinla da un buon circuito e da fòsse, con sobborghi fortificati e trincieramenti , e con quattro porte. E sede di tribunali di prima istanza, di commercio e di altre autorità. È generalmente fabbricata di mattoni gialli, è ben distribuita, e presenta molte strade larghissime. Si distingue la vasta piazza d'armi, il palazzo pubblico edifìzio gotico; l'antica cattedrale della Beata Vergine, bello edifizio pur gotico, ove ammirasi la Deposi- zione dalla Croce di Rubens, e rin- chiude il sepolcro di s. Audomaro, detto anche Odomaro, Otmaro, vol- garmente detto Saint-Omer vescovo di Terouanne; le rovine dell'abbazia di s. Bertino,ove si trovava la tomba di Childerico III, ultimo re di Fran- cia della stirpe de'Merovingi, ivi ri- legato da Pipino il Piccolo; la chie- sa del collegio, la cui facciata ha due torri, con bella volta di legno ; l'ospedale militare, che occupa l'an- tico collegio inglese, celebre un tempo per la educazione de'giovani cattolici irlandesi e inglesi, duetto dai gesuiti, quali ne avevano altro

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con religiosi fiamminghi; e final- mente la casa di arresto, sul punto il più alto del Sithien. Questa cit- tà ha numerose fontane, comodo porto sul canale del vasto sobbor- go Ilaut-Pont, due altre chiese par- rocchiali, monastero d'orsoline, col- legio comunale con pubblica biblio- teca di circa 16,000 volumi, arse- nale, magazzini, teatro, bagni, spe- dali pegli orfani ed esposti , altro ospedale oltre il detto militare, due ospizi, casa delle sorelle della Cari- tà, altri stabilimenti, ameni passeg- gi. Ha molte fabbriche e commer- cio: gli abitanti di origine fiammin- ga in gran parte ne conservano il linguaggio, e molti sono giardinieri. È patria dell'abbate Suger, di Fla- men scultore, de'gesuiti letterati Mar- tino du Cygne e Giacomo Mal- brancq, e di altri illustri. I dintor- ni sono deliziosi e fertili ; vi si tro- vano posizioni importanti per le ar- mate incaricate di coprire Saint-O- mer, e di farne levare l'assedio; nel 1827 le truppe francesi vi esegui- rono grandi manovre, sotto gli oc- chi di Carlo X.

Saint-Omer non fu remotamen- te che un borgo, il quale formos- si nel 626 intorno ad un castello fortificato, che coronava la sommi- tà del monte Sithieu di cui prese il nome. Adroaldo signore di que- sta terra la diede a s. Omer, che nel 648 vi fondò il monastero dei benedettini di s. Pietro di Sithieu, che fu in seguito la celebre abba- zia di s. Berlino, e fabbricò pure la magnifica chiesa poi cattedrale: il santo stabilì nel monastero la sua residenza, di cui fu primo ab- bate s. Mommelino, poi vescovo di Noyon, ed il successore s. Bertino gV impose il proprio nome. Nel- l'88o l'abbate Folco incominciò a

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cingerla di mura, le quali furono compite nel 902 da Baldovino li conte di Fiandra: verso questo tempo il borgo di Sithieu, lasciando il suo nome, prese quello del suo protet- tore e fu eretto in città. Nel 11 52 un violento incendio ne distrusse una parte. Baldovino V dipoi l'in- grandì, e poi Carlo V vi aggiunse varie fortificazioni. Prima di que- sto tempo invano nel 1 477 l'asse- diò Luigi XI, ma fu più fortuna- to dieci anni dopo; però nel i49^, ribellatisi gli abitanti, la consegna- rono ai borgognoni. Tuttavia Luigi XI se ne impadronì di nuovo nel 1492, mediante il tradimento di Filippo di Crevecoeur governatore della piazza; l'arciduca Massimilia- no la riprese ben tosto. I francesi non poterono prenderla nel 1 638, ma se ne insignorirono nel 1677 dopo la battaglia di Cassel, ed il suo acquisto fu loro assicurato l'an- no seguente pel trattato di Nime- ga. Nel i8o5 Saint-Omer fu uno de'cantieri e de' punti di partenza della flottiglia destinata contro l'In- ghilterra.

La sede vescovile fu istituita da Paolo IV li 12 maggio i559, ad istanza di Filippo II re di Spagna, suffraganea di Cambray : formò la diocesi con dieci terre di quella di Terouanne, con territorio lungo 42 miglia e largo 39, assegnando 3ooo ducati d'oro sulle decime e i5oo sul tesoro del re, cui die la nomi- na. Eresse in cattedrale la chiesa della Beata Vergine, che governa- vasi dai preposti, il primo de'quali fu Elcino del 1016, e l'ultimo O- doardo Berraques grande elemosi- niere di Carlo V, morto nel i557. Il capitolo si compose di sei di- gnità, con ventinove canonici mag- giori e cinque minori, otto vicari

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e ventitre cappellani. Prima di questa erezione, la chiesa dell'ab- bazia era stata la principale, go- dendo l'abbate molti privilegi, co- me d'intervenir con voto alle se- dute degli stati d'Artois. Il primo vescovo fu Guglielmo di Poitiers, il quale non fu consecrato. Nel i5Qi gli successe Gerardo di Har- mericourt, che fondò il collegio dei gesuiti per la gratuita istruzione della gioventù, e mori nel «577: quanto ai successori vedasi la Gal- lici chrisl. t. Ili, p. 472- Gli ulti- mi vescovi sono registrati nelle No- tizie di Roma. 1754 Francesco Giuseppe de Brunes de Montoluet di Dol. 1766 Lodovico Conzié de Pomier diocesi di Lione. 1769 Gioacchino de Conzié di detto luogo. 1775 Gio. Augusto de Chastenet de Puysegur d'Alby. 1778 Giuseppe M. Alessio de Bruyeres de Chala- bre, della diocesi di s. Papoul, che fu l'ultimo, poiché nel 1801 pel concordato Pio VII soppresse la diocesi. Questa stende vasi nell'Ai'- tois e nella Fiandra, divisa in due arcidiaconati, con dieci abbazie, ed il vescovo avea 4o,ooo lire di rendita. Nel giugno 1 099 vi fu tenuto in Saint» Omer un concilio da Manasse arci- vescovo di Reims, con quattro vesco- vi sulfraganei. Furono pubblicati cinque articoli riguardanti la tre- gua di Dio e diversi punti di di- sciplina ecclesiastica, e fu ordinato di osservarli sotto pena di scomu- nica. Baluzio, HJiscell. t. V; Mansi, Suppl. Diz. de' concilii. Del celebre collegio di Saint-Omer, fondato dai gesuiti inglesi, parlai nel voi. XXXV, p. 146.

OMERITI. Popolo della costa meridionale dell'Arabia Felice, vici- no al mare rosso, conosciuto sotto il nome di salci o indiani, paese

VOL. XLIX.

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chiamato poi principato d' Aden, cui anticamente era loro religio- ne l'idolatria mista con giudaismo. L' apostolo s. Bartolomeo vi pre- dicò il vangelo, indi vi ristabilì la fede Panteno prefetto della celebre scuola d'Alessandria. Nel IV secolo 1' ariano monaco e vescovo Teofilo indiano fu mandato dall' impera- tore Costanzo e da Giorgio d' A- lessandria, agli omeriti ed agli abis- sini etiopi, ma sembra che uon sia riuscito a spargervi l'eresia; dice pe- rò il Bercastel che l' imperatore ottenne con magnifici donativi l'e- dificazione di alcune chiese per uso de' mercanti romani e de' nativi del paese, i quali volessero apprendere la religione dell' impero, onde il principe degli omeriti si convertì e volle fare egli stesso la spesa di tre chiese, una nella capitale, le altre nelle città principali, ove i romani ed i persiani facevano il loro commer- cio. Nella vita di Papa s. Ormisda del 5i4 si legge ch'ebbe il confor- to di veder convertiti gli omeriti dalla superstizione giudaica. La re- ligione cristiana continuò a farvi progressi , finché ilreDunaam, spin- to dagli ebrei, si sforzò d'abolire nel paese il nome di Gesù. Cristo : prese la città di Nagra o Dafar, e fece crudelmente morire Areta suo principe e gli abitauti. Allora Ele- sbaam re d'Etiopia, a vendicar la morte di que' santi martiri, attac- cò il principe ebreo, lo vinse e gli sostituì un re cristiano, che poco regnò per rivolta de' sudditi, e gli successe Abraham pur cristiano. E- lesbaam chiese un vescovo al pa- triarca alessandrino per istruir gli omeriti, e Timoteo col consenso di Giustiniano I ne lasciò la scelta agi' inviati che condussero seco Gio- vanni, il quale edificò una chiesa

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nella città di Thnphar e vi stabili la sua sede vescovile. I nestoriani impadronendosi nel secolo VII di questa chiesa, sottomisero gli ome- riti al cattolico di loro setta resi- dente in Seleucia. Ecco i vescovi degli omenti. Paolo morto due an- ni prima della presa di Nagra. Gio- vanni mansionario della chiesa di s. Gio. Battista d' Alessandria. Gre- gorio di Milano, secondo i meno- logi, sedeva quando Elesbaam pas- sò di nuovo il mare, per dare un successore al re degli omeri ti, cioè Abraham. Abulareth verso il 63 o. N. inviato dal patriarca Simone. Oriens chrìst. t. I, p. 663.

OMOBONO (s.). Figlio d'un mercante di Cremona, cognominato dei Tucingi. Destinato al commer- cio, ebbe un' educazione conforme a questo mestiere ; ma trovò nelle istruzioni e negli esempli di suo padre dei motivi di probità, di re- ligione e di virtù. Sposò una gio- vine virtuosa e capace d' aiutarlo nel governo della famiglia. Dopo la morte del padre^ che lo lasciò padrone di grandiose sostanze, egli aumentò le sue limosine; andava in traccia dei poveri nelle capanne per sovvenirli, accompagnando sem- pre le sue beneficenze con savi con- sigli ed esortazioni. Alla carità ac- coppiava l'astinenza e la mortifi- cazione, e sapeva collegare coi do- veri del suo stato l'esercizio del- l' orazione, alla quale dava molto tempo. Egli interveniva ogni gior- no nella chiesa di s. Egidio ai mat- tutini, che dicevansi a mezza notte, uscivane che al mattino seguente dopo la messa cantata, ed era grau- de il suo fervore, che quanti il ve- devano sentivansi compresi della più viva divozione. L'esempio di una vita cosi santa valse a couver-

OMO tire molti peccatori. Mori il 1 3 di novembre^ mentre assisteva al san- to sagrifizio. Sicardo vescovo di Cremona, dopo aver provato l'e- roismo delle sue virtù e la certezza de' suoi miracoli^ si recò a Roma con molte persone rispettabili per sollecitarne la canonizzazione. Il Papa Innocenzo III lo annoverò fra' santi e pubblicò la sua bolla nel i 198. Il corpo del servo di Dio fu disotterrato nel i356 e traslo- calo nella cattedrale di Cremona; ma il suo capo è rimasto nella chie- sa di s. Egidio. La coufraternita dei negozianti di Lione, stabilita nella chiesa dei Fogliatiti, lo scelse a patrono, così altri sodalizi e l'u- niversità de'sartori; e se ne celebra la festa il i3 novembre.

OMODEI Luigi Alessandro , Cardinale. Luigi Alessandro Omo- dei de' marchesi di Villanova e Pioppera, sortì i suoi natali in Mi- lano da cospicua famiglia. Condot- tosi in Parma per attendere agli stu- di, si trasferì a Perugia, ove d' an- ni 20 ottenne la laurea in ambe le leggi. Passato in R.oina nel i63o vestì l'abito di protonotario apo- stolico per concessione di Urbano Vili, che quando Io promosse a chierico di camera ne gioì tutta la corte per essersi reso amabile a tutti. Indi venne fatto provvedito- re generale delle fortezze dello sta- to ecclesiastico, carico esercitato con destrezza per la mancanza di de- naro, mentre dovea pensare al man- tenimento degli eserciti che in più parti teneva la santa Sede. Egli nondimeno pieno di prudenza e di coraggio dispose così bene tutte le cose, che colla sua attività diede moto e anima alla riputazione del- le armi pontificie. Innocenzo X a- vealù destinato nunzio in Irlanda,

OMO quando cangiato consiglio lo tratten- ne in Roma col titolo di commissario generale delle milizie in tutto lo sla- to ecclesiastico, con facoltà di poter spendere e fare ordine de' pagamen- ti al depositario della camera in- dipendentemente dal tesoriere, cosa non mai veduta fino allora ; poscia in luogo del generale Savelli nella seconda guerra di Castro, lo dichia- rò generale delle truppe papali, delle quali in assenza di Camillo Pamphilj n' ebbe il supremo ed assoluto comando. Giunto al deca- nato de' chierici di camera, Inno- cenzo X a' 19 febbraio i652 lo creò prete cardinale del titolo di 6. Alessio e legato d' Urbino, dove si guadagnò la stima e il credito di cardinale pio, giusto e magni- fico, ed assai commendabile per la sua docilità e rettitudine, mostran- do tutto l'impegno nell' esercitare l'ospitalità co' pellegrini e coi per- sonaggi che da Pesaro passavano a Roma, avendo pure ricevuto gli ambasciatori veneti e la regina di Svezia con tale e tanta magnificen- za, che la principessa ne celebrò con Alessandro VII la splendidezza ; e quando la regina si dovè allonta- nare da Roma per la peste, scelse Pesaro per dimora, e fu trattata dal cardinale magnificamente. Venne ascritto alle congregazioni del buon governo, della consulta, dell' im- munità ed altre, e fu nel numero degli elettori di quattro Papi, mo- rendo in Roma nel 168 5 d'anni 77, ed ebbe sepoltura nella tribu- na della sontuosa chiesa di s. Car- lo al Corso, pel cui compimento avea speso molte somme, avanti P altare in cui venerasi il cuore del santo titolare, sotto lapide fre- giata di elegante iscrizione.

OMODE1 Luigi, Cardinale. Lui-

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gi Omodei milanese de' marchesi di Villanova e Pioppera, nipote del precedente cardinale, da cui ereditò tutte le sue f icoltà. Nacque in Ma- drid, dove condottosi a Roma in età di 3o anni, ottenne da Inno- cenzo XI un luogo tra' chierici di camera, e in grazia di suo zio a- mico intrinseco del cardinal Otto- boni, questo divenuto Alessandro Vili, a'i3 febbraio 1690 lo creò cardinale diacono di s. Maria in Portico, non s. Alessio; ascriven- dolo alle congregazioni del buon governo, della consulta, della fab- brica di s. Pietro ed altre. Sicco- me mansueto, affabile, dolce, aman- te della pietà e della giustizia, e dotato di gran facondia nel ragio- nare e di non volgare erudizione, ameno e prudentemente arguto nel- le conversazioni, fu universalmente amato, applaudito e stimato. Inter- venne a due conclavi, e morì di anni 5o in Roma nel 1706. Fu sepolto in s. Carlo al Corso, non molto lungi dalla porta maggiore, in cui si vedono le sue insegne cardinalizie. Falli l' Egss in ciò che scrisse di lui.

ONESIMO (s), discepolo di s. Paolo. Nato nella Frigia, era schia- vo di un cittadino di Colossi, chia- mato Filemone, dalla cui casa fu«- dopo averlo derubato di qual- che cosa. Recatosi a Roma, ove s. Paolo era prigione, fu dall' aposto- lo convertito, battezzato e riman- dato al suo padrone con una let- tera che domandavagli grazia per questo schiavo. Filemone, uon pago di perdonargli, lo mise in libertà e lo rimandò a Roma, acciò fosse vicino a s. Paolo, a cui servì sem- pre di poi col più tenero amore e più fedele. L' apostolo Io fece por- tatore, insieme con s. Tichico, del-

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la lettera eh' egli scrisse ai colos- sesi ; lo impiegò nel ministero del- l' evangelo, ed in seguito lo consu- eto vescovo. Fu martirizzato sotto Domiziano l'anno 95, secondo i greci, che l'onorano a' i5 febbraio: nel martirologio romano ed in altri è nominato a' 16 dello stesso mese.

Havvi un altro s. Onesimo, che non devesi confondere con questo, il quale fu il terzo vescovo d' Efe- so, e diede le più indubitate prove di carità e di rispetto a s. Ignazio, allorché questi recavasi a Roma. Si trova il di lui elogio nella let- tera che il santo vescovo d' Antio- chia scrisse agli efesi i.

ONESTO, Cardinale. Onesto car- dinale fiorì nel io44> sotto il pon- tificato di Benedetto IX.

ONOFRIO (s), eremita. Visse alcun tempo in un monastero pres- so Tebe in Egitto, nel quale erano cento religiosi che praticavano del- le grandi austerità; poi si ritirò nel fondo di un deserto del paese. Per molti anni sofferse fiere tenta- zioni, ma ne trionfò colla sua per- severanza. Gli esercizi della solitu- dine apparecchiarono l'anima sua alle più intime comunicazioni del- lo spirito di Dio. Sconosciuto al mondo, visse sessantanni in quel ritiro, nudrendosi dei frutti d' un palmizio ch'era ne' dintorni della sua cella, e morì verso il 400» a' ' 2 giugno, nel qual giorno se ne cele- bra la memoria.

ONORANDO, ONORANDISSI- MO, honorabilis, honorandus, ma- xime honoratus. Titolo d' onore che cominciò ad essere in voga verso la metà del secolo XV, e si dava allora, senz'altro epiteto, a persone distinte della plebe, e colla stessa facilità colla quale ora si l' Il- lustrissimo (Fedi). L'onorando,

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colmo d' onore, pregialo, si accom- pagnava col Magnifico (Fedi); ma da molto tempo 1' onorando e l'o- norandissimo più non si usano. Di- versi esempi di tali titoli si posso- no leggere in Parisi, Istruzioni per segreteria t. Ili, p. 44 e seS- ^ Vettori nel Fiorino d' oro tratta del titolo di onorabile e di onorato^ ed onorati si dicevano presso gli antichi, quelli che aveano esercita- to alcun offizio lodevolmente. Il contrario di onorati erano i plebei, ma s. Ambrogio fece la morale ri- flessione: Dives et pauper, et ser- vus et liber, et honoratus et plebeis} omnes in Christo unum sumus. L'o- norabile si diede anche ai collegi o corporazioni, quando composte di soggetti ragguardevoli. Del titolo di onorati trattò eruditamente il Gori, nel Colombario de liberti di Livia e di Cesare.

ONORATO (s.), arcivescovo di Cantorbery. Romano di nascita, si fece monaco in patria, e s. Grego- rio I Magno, che ne conosceva il sapere e le virtù, Io associò ai mis- sionari cui aveva incaricato di fa- ticare alla conversione dell' Inghil- terra. Essendo morto s. Giusto ar- civescovo di Cantorbery, l'anno 63o, Onorato fu eletto a di lui successore, e consecrato a Lincoln da s. Paolino arcivescovo di Yorck. Egli vide con gioia ingrandirsi o- gni giorno più il regno di Gesù Cristo, e vi contribuì non poco coi suoi esempi ed istruzioni, e colla somma cura che si pigliava di met- tere da per tutto dei pastori e- gualmc*>le pii ed illuminati. Morì a'3o settembre del 653, ed è no- minato in tal giorno nel martiro- logio romano.

ONORATO (s), vescovo d' Ar- les. Nato nelle Gallie, d' illustre L

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miglia originaria di Roma, ebbe educazione conforme alla nascita , e si distinse molto nello studio del- le belle lettere. Conosciuta la va- nità degl'idoli, si pose al servizio di Dio, ed indusse suo fratello mag- giore Venanzio a fare lo stesso. Essi avrebbero di buon grado vo- luto volgere al mondo le spalle ; ma il padre, caldo pagano, oppo- «easi all'esecuzione del loro desi- derio. Finalmente s' imbarcarono a Marsiglia con un santo romito, no- mato Caprasio, che si aveano tolto a loro direttore, per passare in Grecia e vivere colà sconosciuti in alcun deserto. Venanzio morì qual- che tempo dopo della morte dei giusti, nella città di Metone nel Peloponneso, e Onorato fu costretto ritornare nelle Gallie per un grave sconcerto di salute. Visse dapprima da romito sulle montagne vicine a Frejus ; indi si ritrasse nell' isoletta di Lerins, ove fondò il celebre mo- nastero di questo nome nel 400- Il merito di Onorato divenne così luminoso che fu innalzato alla se- de d'Arles nel 42^> quantunque egli avesse fatto ogni sforzo per op- porsi alla sua elezione. Egli non governò la sua chiesa per molto tempo, giacché soggiacque sotto il peso delle sue austerità e delle sue apostoliche fatiche nel 429- ^ su0 corpo fu portato solennemente nel- la chiesa di s. Genesio, non molto lungi dalla città, e nel i3gi fu tra- sferito a Lerins, ove serbasi an- cora la maggior parte delle sue re- liquie. La sua festa si celebra a' 16 di gennaio.

ONORATO (s.), vescovo d'A- miens. Nacque nel villaggio di Por- to nel Ponthieu, e governò con mol- ta edificazione la chiesa d'Amiens, della quale fu vescovo verso l' aa-

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no 660. S'ignora la storia parti- colare delle sue azioni e 1* anno della sua morte. Renoldo Cherins nel 1204 fece fabbricare a Parigi una chiesa intitolata del suo nome, nella quale conservasi parte delle sue reliquie. La sua memoria è o- norata a' 16 di maggio.

ONORATO, Cardinale. Onorato diacono cardinale, uomo di ottimo fondo e assai timorato di Dio, ot- tenne da s. Gregorio I del 5go la dignità di arcidiacono, e fu surro- gato in luogo di Lorenzo nel mi- nistero di apocrisario alla corte im- periale.

ONORI ADE, Honorias. Provin- cia dell'Asia minore, così nominata dall'imperatore Teodosio II, in me- moria di suo zio Onorio, figlio del gran Teodosio I. Prima chiamavasi Maryandina, e faceva parte della Bitinia. L'imperatore Giustiniano I, colla sua Novella 19, unì la provin- cia Onoriade alla Paflagonia, senza cambiar l'ordine delle chiese vesco- vili: volle soltanto che i diritti me- tropolitani che Teodosio II avea da- to alla città di Claudiopoli con ti- tolo di esarcato, venissero trasferiti a quella di Eraclea di Ponto, colle quattro sedi vescovili suffraganee.

ONORINA (s), vergine e mar- tire. Sofferse in Normandia, nel paese di Caux, nel terzo ovvero nel quarto secolo. Fu seppellita nel villaggio di Graville, presso l' im- boccatura della Senna. Nel decimo secolo, per le scorrerie de' norman- ni, il suo corpo fu portato nel luo- go oggi detto Conflans-sainte-Ho- norine, della diocesi di Parigi. La chiesa del priorato di questo nome possiede ancora le reliquie del- la santa, eh' è onorata a' 27 feb- braio.

ONORIO I, Papa LXXII. Figlio

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di Petronio conscie, di famiglia il- lustre detta della Maria di Capua, nato nella Campania, e perciò se- condo alcuni uno de' Papi del re- gno di Napoli, da canonico regola- le fu eletto Pontefice a' 2 7 ottobre del 625. Affinchè gl'inglesi non man- cassero dai principia della Chiesa, scrisse Onorio I al re Eduino, esor- landolo con lettera a perseverare nella cattolica religione, cui l'avea indotto ad abbracciare Edelburga sua sposa ; il re mandò a Roma una ambasceria, che implorò ed ottenne il pallio per gli arcivescovi di York, e Cantorbery a cui scrisse. Indi nel 633 il Papa riprese gli scozzesi, per- chè contro la legge del Niceno I, celebravano la Pasqua nella dome- nica che cadeva nella XIV luna di marzo, e non già nella prossima seguente domenica, come avea or- dinato detto concilio. Procurò di rimettere sul trono longobardo da cui era stato deposto Adaloaldo re cattolico, scacciatone da Ariovaldo re ariano. Nel 63o depose dalla se- de Fortunato patriarca di Grado, eretico e traditore della repubblica di Venezia, sostituendogli Primoge- nio suddiacono regionario della chie- sa romana, con lettera riportata da Labbé, Conc. t. V, e da Baronio. Onorio I estinse e pose termine allo scisma de'vescovi d'Istria, che aveano preso a difendere da più di settan- t'auui prima i tre Capitoli, come rilevasi dalla sua epistola ai vescovi di Venezia e d'Istria. Inoltre Ono- rio I scrisse eziandio a Isacco esar- ca di Ravenna, ai vescovi d'Epiro e al suddiacono Sergio. Fu somma- mente magnifico nell'edificare e ri- storar le chiese, tra le quali coprì il tetto della Vaticana con tegole di bronzo, incrostò d'argento l'al- ture di s. Pietro, e l'abbellì di ìnol-

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ti ornamenti ; rifece la chiesa di s. Agnese fuori delle mura, e quella di s. Pancrazio; fabbricò quella dei ss. Vincenzo ed Anastasio alle acque Salvie, ed in Tivoli quella di s. Se- verino, e così molle altre dentro e fuori di Roma. Convertì la casa paterna presso il Laterano nel mo- nastero de'ss. Bartolomeo e Andrea, ora dell' Ospedale del ss. Salvatore con chiesina dedicata al secondo, per aver saputo che altrettanto a suo onore avea fatto in Costanti- nopoli l'imperatore Giustiniano. In tre ordinazioni nel dicembre, Ono- rio I creò 8 1 vescovi, 1 3 o 3 1 pre- ti, io o 12 diaconi. Governò do- dici anni, undici mesi e sedici gior- ni. Morì a' 12 ottobre del 638, e fu sepolto nel Vaticano. Del titolo di santo dato a questo Pontefice, vedasi su ciò quanto ho detto a Cronologia de'romani Pontefici, par- lando di lui.

La memoria di Onorio I, di- cono alcuni , sarebbe stata delle più gloriose , se egli non fosse stato un poco negligente nel!' e- stinguere sul principio l'eresia dei ISlonotelìli {Vedi), che riconosceva- no una sola volontà in Gesù Cri- sto, proibendo disputarne sebbene egli riconosceva due volontà, onde qualche scrittore lo calunniò segua- ce de'monoteliti, benché poco dopo il Papa Giovanni IF {Fedì)ì del 640, nel condannar Y Ertesi (Fedi), lo purgò dalle calunnie impostegli, e che la sua dottrina fu conforme alla retta fede. A vendicar l'ouore di Onorio I si adoperarono i più valenti scrittori , comechè con di- verse sentenze, tutte in vero degne di lode, ma non tutte egualmente salde. Il cardinal Torrecremata, De ecclesia lib. 2, cap. 29, è di sen- timento che in nulla abbia errato

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Onorio I; ma bensì il VT concilio generale con errore ch'egli chiama ili fatto, male interpretando le let- tere pontificie a Sergio. Il dotto Wi- tasse nel trattato De incarnai, p. 2g3, novera gli autori che dopo Tor- lecremata hanno difeso questa sen- tenza ch'egli impugna, e nota che prima di lui avea similmente pen- sato Anastasio Bibliotecario, in pracf. ad Colleclanea t. Ili, Sirmondi, ed Emmanuele Caleca, di cui parla Pe- tavio. De Tvinitate lib. 7, cap. 1. A questa senten7a si oppone an- cora il padre Desirant nella sua bella apologia : Honorius Papa vindicalus, salva integri tate Conci- la VI, sivc historia Monolhelismi contra ultima jansenislarum ejfugia, Aquisgiani 171 1. Un'altra strada prese Melchior Cano, il quale cre- de che Onorio I, scrivendo a Ser- gio, errasse veramente nella fede; ma sostenne che tale errore fosse di lui come uomo privato, non come Papa. Questa sentenza è stata nel secolo passato difesa dal Tournely, De ecclcs. qùaest. 3, art. e dal Tomassini nelle Dissert. sopra i concilii, dissert. 20. Alberto Pighi, i cardinali Baronio e Bellarmino, il Boucat e un altro francese, che su tale argomento diede alla luce nel 1788 la dissert.: Examen e- xacl et detaillé du fait d'HonoriusJ negano che Onorio I sia stato con- dannato dal VI concilio; quindi vo- gliono che guasti sieno stati gli at- ti di quel concilio, e che contro la mente de'padri invece di Theodori sia stato intruso il nome Honorii, forse da Teodoro medesimo. Ma i maggiori uomini che hanno scritto di questo argomento, Cristiano Lu- po, Garuier, Natale Alessandro, An- tonio Pagi, de Marca, Tamagniui, Latino provati e ricevuti come veri

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e sinceri gli atti del VI sinodo, dei quali compose una dissertazione apo- logetica Combefis. Il p. Gisbert tra le sue Dissert. accad. stampate in Parigi nel 1688, una ne ha in di- fesa di Onorio I, neila quale è di sentimento che le lettere di Onorio I a Sergio, niuna definizione di fe- de contenevano, ma solo precetto di non usare il termine di due ope- razioni. Quindi segue a dire, che quelle lettere quando furonoda Ono- rio 1 sciitte, non nuocevano alla fe- de, almeno direttamente ; e benché fosse ancora pendente la causa tra i cattolici ed i monoteliti, e penden- te la causa può il giudice all'una e all'altra parte impor silenzio, sal- vo il diritto dell'una e dell'altra. Ma quando fu dal VI concilio ter- minata questa controversia, comin- ciavano le lettere del Pontefice a nuocere alla fede anche direttamen- te; imperocché finita una contro- versia, qualunque esitazione e va- cillamento nella fede nuoce, ed è contro la fede stessa. Per la qual cosa, avvegnaché Onorio I non ab- bia a' monoteliti aderito, potè il ge- nerale concilio le lettere di lui con- dannare, siccome quelle che d'allo- ra incominciavano a recar danuo alla fede. Il-p. Francesco Marchesi, nel suo Clypeus forlium, sive via* dìciae Honorii I Papae, R.omae 1680, con grande impegno sostiene che Onorio I non fosse condannato dal VI sinodo, finché fu generale ed ecumenico, cioè sino alla sessio- ne XI; ma dappoi quando già era disciolto il concilio. Per questa opi- nione si dichiarò il citato Boucat, nel trattato De Incarnatone, dissert. 4 ; e da essa non furono alieni il T01 recremata, Silvio, Lupo e Bel- larmino. La più comune opinione però de' moderui scrittori è quella

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che il Garnier particolarmente di- fese nell'appendice alle note del li- bro Diurno de romani Pontefici, e poi il p. Serry nel libro De Fo- ntano Ponti/ice, e il Wi lasse nel trattato De Incarnatione, cioè non essere realmente Onorio I nel tno- notelismo incorso, ma aver dal con- cilio meritata condannazione, per- chè con imprudente dissimulazione non abbattè la nascente eresia, co- me chiaramente si espresse s. Leo- ne II, epist. i ad episc. hispan., il quale parlando de' condannati per l'eresia de'monoteliti, ed aggiungen- do Ouorio I, non per eretico l'ac- cusa, ma perchè flammam haereli- ci dogmatis non, ut decidi A posto- licam auctontatem, incipientein extin- xit, sed negligendo confovit. Ma il dottissimo vescovo Sortoli nell'eccel- lente sua Apologia prò Honorio I, Ausugii 1750, una nuova strada in grande parte ha presa per difende- re maestrevolmente Onorio I, non pure da errore in materia di fede, ma da qualsisia menoma negligen- za. I suoi argomenti sono d'una maschia sodezza e d'erudizione co- si scella corredati, che non vi è luogo a dubitare che ognuno a que- sta sicura strada si debba appiglia- le : il Zaccaria ne fece un bellissi- mo estratto, Storia leu. d'Italia t. II, lib. 2, cap. 24j ove Ieggesi con poco divario Tesposta controversia. Sono ancora a consultarsi, per giu- stificazione di Onorio I, le dissert. sullo stesso argomento di Sante Vio- la e di Saverio Demarco, che stan- no inserite nella Raccolta di dissert. eccl. del medesimo Zaccaria. Final- mente il p. Cappellai-i poi Grego- rio XVI, Il Trionfo della santa Srde, cap. 16, dichiara che il fatto d'Onorio I non contraddice per mo- do alquno alla pontificia infallibili-

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tà. La sede romana vacò quattro mesi e 24 giorni.

ONORIO II, Papa CLXX. Lam- berto di Fagnano o meglio Fiagna- no, di bassa nascita, come scrivono Pandolfo Pisano, l'Oldoino, e Pla- tina che lo dice della contea d'Imo- la, mentre l'Orlandi ed altri lo fé» cero discendente da quei di Gisla o Scannabecchi di Bologna. L'anoni- mo imolese ossia l'Alberghetti, Sto- ria d'Imola par. 3, p. 20, dichia- ra che il castello di Fiagnano fu la patria di Lamberto, poiché allo- ra era soggetto al temporale e spi - rituale dominio d' Imola, per cui imolese lo chiamarono i più anti- chi scrittori di sua vita, e tale lo riconobbe il bolognese Gregorio XIII nel confermare l'indulgenza conces- sa alla chiesa di Fiagnano da Ono- rio II. Dotato Lamberto di acutis- simo ingegno e di specchiato costu- me si applicò in Imola assai per tempo e coi più celeri e fortunati progressi allo studio delle umane lettere ; attese poscia ad istruirsi nel- le divine scienze in Pisa, dove fu riputato il più dotto tra gii alunni. Tornato in Imola si ebbe dai citta- dini tale stima che nulla decidevasi senza il suo voto, e venne poi spe- dito in qualità di legato al Papa Gelasio II, da cui fu creato cardi- nale vescovo d'Ostia. Però il Car- della ed il Novaes riferiscono che Lamberto fu canonico regolare o lateranense, o di s. Maria del Pieno, indi arcidiacono della cattedrale di Bologna, da Pasquale II creato car- dinale prete del titolo di s. Prasse- de, e nel 1 io5 vescovo d'Ostia e Velletri, onde come tale dipoi con-? sagrò Gelasio II e Calisto II. Tro-» vossi presente all'elezione del primo, ed il secondo nel 11 22 in compa» gnia dei cardinali Sassone e Grego*

ONO ONO 25 rio lo spedì legato in Germania ad di per la consueta obbedienza, ra- Enrico V e alla dieta di Worma- tificarono canonicamente la di lui zia, onde co' suoi lumi e destrezza elezione, e lo riconobbero legittimo dasse fine alle discordie tra il sa- Papa a'28 dicembre, in cui fu co- cerdozio e l'impero per l'investiture ronato col nome di Onorio li, dal ecclesiasticbe, le quali con esito fé- cardinal Gregorio arcidiacono, poi licissimo terminò, riconciliando l'ini- successore Innocenzo II. peratorecol Pontefice. Dopo la mor- Grandi cose operò Onorio II. Pri- te di questi, essendosi i cardinali mieramente confermò a Gualtero radunati nella cappella di s. Pan- arcivescovo di Ravenna l'esarcato e crazio al Laterano, a persuasione successivamente in tre promozioni del cardinale Gionata, die temeva i creò venticinque cardinali, quattro soliti disordini de' Frangipani, che de'quali divennero Papi. Colla fer- cagionavauo nelle elezioni de' Papi, mezza e il rigore delle scomuniche sollecitamente fu creato malgrado la e delle forze temporali da lui usa- sua renitenza, Teobaldo (J ali) Boc- te, abbattè il partito di Corrado III cadipecora o Boccapecora cardinale il quale avea ricevuto la corona di romano col nome di Celestino II, ferro in Monza, da Anselmo arci- a'21 dicembre 1124. Indossatosi dal- vescovo di Milano, che perciò de- 1' eletto il manto o piviale rosso, i pose, mentre prima era stato eletto cardinali intuonarono il Te Deum, re d'Italia e de'romani Lotario II quando alla metà di questo inno da Onorio II approvato; il perchè sopraggiunse Roberto Frangipane, Corrado III, ritiratosi in Parma, fu fratello del potente Leone, ed in suo costretto ritornar in Germania. Mol- nome e de'romani loro aderenti prò- to si occupò il Papa con lettere e testò non piacere l'elezione, e in ve- con nunzi per la liberazione di Bal- ce proclamò Papa Lamberto, e pie- dovino II re di Gerusalemme, tenu- sentatolo al popolo venne acclama- to prigione dai saraceni. Scomunicò to, come insigne in pietà, pruden- Ruggiero II conte di Sicilia perchè za, avvedutezza e dottrina. Scanda- s'impossessò della Puglia, unendo Jose conseguenze e funesto scisma Napoli alla Sicilia senza il consenso era per iscoppiare per l'irregolare della santa Sede, e mosse guerra ai proclamazione di Lamberto, quan- beneventani. Di più Onorio II ju- do con gloriosa umiltà, ad evitar vitò tutti alla difesa di quegli stati, tumulti, spontaneamente Teobaldo come dipendenti dalla chiesa ro- ri nunzio nello stesso giorno alla su- mana, accordando indulgenza pie- prema dignità. Non soffrì la mode- naria a chiunque morisse nella spe- slia di Lamberto di restar Pontefi- dizione; indi si pose alla testa di ce con elezione così illegittima, mas- sue milizie presso il fiume Brada- sime pel virtuoso esempio dell'eroi- no per arrestare il corso delle vit- co suo collega pel zelo della quie- torie del conte. Ma vedendo il pe- te di santa Chiesa, onde ancor egli ricolo delle gravi perdite fatte, da si spogliò de'ricevuti pontificali or- Benevento, ov'erasi portato nel i 127, namenti dopo sette giorni. I cardi- nel seguente gennaio passò a Roma; nali penetrati di ammirazione per poscia restituitosi a Benevento costituì sincera umiltà e generosa mo- Ruggiero II duca di Puglia e Calabria derazione, si prostrarono a'suoi pie- con giuramento di feudatario della

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Chiesa, néll' ottava dell' Assunzione del 1128 al Ponte maggiore fuori di Benevento, rivocando l'investitu- r;i die avea data a Roberto II prin- cipe di Capua. Nel 1129 Onorio II tornò a Benevento per sedar gli insorti tumulti. Inoltre confermò l'ordine premostratense, riformò la disciplina monastica dalla prepoten- za di alcuni abbati, cooperò alla conversione della Pomeriana intra- presa da s. Ottone vescovo di Bam- bcrga. sostenne il vescovo di Pari- gi contro il clero ch'erasi guada- gnato il re, approvò il concilio di Troyes, e fu benevolo colla chiesa filinola (Fedi). Governò cinque an- ni, un mese e 2 ti giorni, e morì in Roma a' 1 4 febbraio ii3o, nel monastero de'ss. Andrea e Grego- rio al Celio, al quale erasi fatto portare dal palazzo Lateraneuse in tempo della sua malattia, e fu se- polto nel Laterano. La santa Sede vacò meno di un giorno.

ONORIO III, Papa CLXXX1V. Cencio Savelli nobile romano, ca- nonico della basilica Liberiana, pres- so la quaie era stato sino da fan- ciullo educato, o canonico regolare lateranense, aio per quattro anni dell' imperatore Federico II, uomo per santità e dottrina rinomatissi- mo, economo del cardinal Bobò Or- sini, che divenuto Celestino III, nel 1 [92 o 1 igS lo creò cardinale dia- cono di s. Lucia in Selci, quindi da Innocenzo III prete de'ss. Gio. e Paolo, che inoltre lo dichiarò ca- merlengo e cancelliere di s. Chie- sa, non che arciprete della basilica Liberiana. Essendo cardinale scrisse il famoso libro de'censi della roma- na chiesa, forse incominciato da ca- nonico, di cui si parlò ne' voi. VII, p. 74, e XI, p. 80, 8r e 82 del Dizionario, ed altrove. Scrisse pure

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il cerimoniale o Ordine romano XII, riprodotto da Mabillon, Mus. Ital. t. II, p. 167 e seg., essendo egli più. conosciuto sotto il nome di Cencio Camerario, che di Savelli, famiglia [Vedi) delle principali di Roma. Si fa autore anco di altre opere, come di alcuni sermoni e della vi- ta di Celestino III. Avendo seguito Innocenzo III in Perugia, e moren- dovi questi a' 16 luglio 1216,1 pe- rugini rinserrarono nel luogo dello scrutinio i cardinali, che in nume- ro di venti si affrettarono ad eleg- gere il Savelli nel di seguente a' 18 luglio, che preso il nome di Ono- rio III fu coronato e consacrato ai 24 luglio nella medesima città. Pas- sò quindi in Roma a'3 1 agosto, e quivi prese solenne possesso della basilica Lateranense a'4 settembre, accolto con singolare e straordinaria venerazione ed allegrezza de'concit- tadini romani. Quindi protestando di seguitare il zelo e le cure d'In- nocenzo HI [Vedi), per la sacra guerra di Gerusalemme, scrisse su- bito ai vescovi e sovrani cattolici onde promoverne l'impresa, con let- tere riportate dall'annalista Rinaldi. A Capitolo dicemmo come ordinò studiare ai giovani canonici; ed a Natale, che dispensò dall'astinenza delle carni, se tal festa cadeva in venerdì o sabbato. Approvò l'ordine de' Predicatori [Fedi), ed istituì il cospicuo uffizio in esso di Maestro del sacro palazzo [Vedi)j approvò ancora i Canonici regolari, speda- lieri di s. Antonio, poi uniti ai ge- rosolimitani, e quelli della Val degli scolari; non che la regola de' Car- melitani [Vedi) j eziandio approvò l'ordine Francescano, di cui fu as- sai benemerito, confermandogli la celebre indulgenza della Porziuncu- la [Vedi), In quattro promozioni

ONO creò tredici cardinali, fra' quali due suoi parenti. In diversi tempi ca- nonizzò s. Guglielmo arcivescovo di Bourges, s. Ugo vescovo di Lin- coln, s. Guglielmo abbate, s. Lo- renzo arcivescovo di Dublino, s. Guglielmo arcivescovo di \ork , e s. Geltrude. Sostenne Enrico III re d'Inghilterra contro la Fran- cia , ed intervenne nella guer- ra contro gli albigesi, proteggen- do i conti di Montfort contro quel- li di Tolosa. Nel suo pontifica- to si fece una crociata contro i pagani della Prussia e Livonia (fedi), alla quale spedì un legato. La regina della Giorgia (Fedi) gli scrisse lettere piene di ossequio, e gli dichiarò la sua impazienza d'in- viare i suoi soldati alla crociata di Terrasanta. Inoltre Onorio III spe- dì un legato in Danimarca (Vedi), in aiuto del re.

Nel 12 17 coronò in s. Lorenzo fuori delle mura in imperatore d'o- riente Pietro de Courtenay, colla sposa Violante. Alla repubblica di Genova, con tributo, concesse la me- tà dell'isola di Corsica; confermò i privilegi della chiesa d'Albano; e die in fèudo la Marca d'Ancona con censo, al marchese d'Este si- gnore di Ferrara. Vietò il bacio del messale dopo il vangelo, a chi non era unto col sacro olio; ed in Rieti fulminò con scomunica ed altre pe- ne chi oltraggiasse i cardinali , e vi consagrò la cattedrale. Nel 1221 i crocesegnati avendo preso Daniia- ta, Onorio III ne concepì estrema nllegrezza, che molto si convertì in pena quando nel seguente anno i cristiani furono costretti restituirla a' saraceni. In detto anno avendo nella basilica Vaticana coronato im- peratore Federico II con Costanti- na 0 Costanza di Aragona sua ino-

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glie, e poscia ottenuto che gli re- stituisse le terre della contessa Ma- tilde, che avea usurpato alla Chie- sa, Io esorlò poi energicamente e con minaccia di scomunica, ad in- traprendere la sacra guerra di Ge- rusalemme, come avea promesso con giuramento di recarvisi in per- somi, permettendogli rinunziare il regno di Sicilia al figlio Enrico. Nel 1222 il Papa vedendo che Federi- co li non attendeva alle promesse, e in vece stabilendosi in Napoli di- visava formarne la sede dell'impero onde abbassare la potenza pontifi- cia e quella delle città italiane, es- sendo in Anagni lo chiamò a e poi tenne con lui congressi in Ve- rona ed in Ferentino, al quale in- tervenne pure Giovanni di Brienne re di Gerusalemme. Federico II rio novo i giuramenti di portarsi in Palestina coli' esercito crociato, onde il Papa per meglio animarlo all'im- presa, in seconde nozze gli fece spo- sare Jolaute figlia di tal re, che nel 1226 ornò colle insegne imperiali, esortando alla stessa guerra con let- tere e coi nunzi i sovrani d'Europa: argomento che trattammo in piti luoghi, come ne'vol. XXIX, p. 14.7, e XXXII, p. 258 del Dizionario. Frattanto Onorio III fu costretto recarsi a Tivoli per le sedizioni di Boma troppo frequenti sotto il se- natore Parenzo, e l'imperatore vi spedì il suocero re di Gerusalem- me col patriarca di quella chiesa, per ottenere una dilazione alla sua partenza, ed il Papa gliela accor- dò; ma egli rivolse le sue armi con- tro le città italiane, che gli si mo- stravano avverse. Poco dopo nacque grave discordia tra Onorio III e Federico II, per le provviste che il primo avea fatto in Puglia di al- cuni vescovati vacanti; le lettere

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furono calde d'ambo le parti. La pubblica tranquillità fu ancora mi- nacciata per la lega di sedici città lombarde, che non vollero ob- bedire né ricevere l'imperatore quan- do si recò a Cremona per tenervi assemblea : si ritirò a s. Donnino dove Corrado vescovo d'ildesheim incaricato di predicar la crociata, scomunicò i lombardi nemici di Ce- sare; ma il Papa rivocò tal senten- za per riparare a maggiori sconcer- ti. Onorio III ordinò ai vescovi che nel giovedì santo riconciliassero col- la Chiesa i penitenti e lavassero i piedi ai poveri. Al re Giovanni di Rrienne die per sostentamento il governo del Patrimonio di s. Pie- tro, cioè il paese da Peonia a Ra- dicofani; e prese le difese de'moua- ci di Fossanuova, contro quei di Pi perno ed altri vicini luoghi, che rovinavano i poderi del monastero. 11 Papa fu per diversi anni trava- gliato dal male in una gamba, e mori in Roma a' 1 8 marzo 1227, dopo il governo di dieci anni e otto mesi : fu sepolto nella basilica Liberiana, presso l'altare del Pre- sepe. La chiesa romana vacò meno d'un giorno.

ONORIO IV, Papa CXCVIII. Jacopo Savelli nobilissimo romano, figlio di Luca e di Vana Aldo- biandesca, uomo di singoiar pietà di costumi e illibatezza di vita, ca- nonico di Barcellona, fu da Urba- no IV nel dicembre 1261 creato cardinale diacono di s. Maria in Cosmedin, divenendo poi il primo del suo ordine. Adriano V coi car- dinali vescovo di Sabina e Orsini, lo inandò in Viterbo per compor- re le differenze insorte tra Rodolfo re de'romani, e Carlo 1 re di Si- cilia ; quindi fu impiegalo in altre importanti legazioni, per la sua pro-

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fonda prudenza ed esimia destrez- za nel maneggio de'più ardui e ge- losi affari. Intervenne ai couclavi di Clemente IV, Gregorio X, In- nocenzo V, Adriano V, Giovanni XX, Nicolò III, e Martino IV, ai quali due ultimi impose la tiara; ed in quello per Gregorio X fu uno de' sei in cui si compromi- se il sacro collegio per elegger- lo. Per le sue egregie doti, Mar- tino IV lo fece suo esecutore te- stamentario, che morto in Peru- gia, ivi dopo tre giorni fu crealo Pontefice a' 2 aprile 1 285 concor- demente nel secondo giorno dello scrutinio, non senza sua virtuosa ripugnanza, come rilevasi dall'enci- clica, consti t. 2 3 presso Labbé, Coti' cil. t. XI, par. I, p. 989. Passato in Roma prese il sacerdozio a'i4> fu consecrato a'i5 aprile, e poi col nome di Onorio IV, assunto in ono- re del parente Onorio IH, fu co- ronato a' 20 maggio dal cardinal Goffredo d' Alatri. Alcuni vogliono che in questo giorno facesse tutte queste funzioni, ciò che sembra im- possibile per quanto era molestato ne'piedi e mani dalla gotta, che gli impedivano celebrar la Messa {Ve- di), senza l'aiuto di certi istrumen- li che gli movevano le dita. Essen- do sospesi gli agostiniani e carme- litani nel concilio di Lione II, egli poco dopo li confermò, facendo ai secondi cambiar l'abito. Nel 1286 condannò gli eretici fraticelli di cer- to ordiue chiamato degli Apostoli, ch'ebbe per autore e propagatore Gerardo Segarelli parmigiano, che escluso dai francescani si vesti in modo che pretese esser quello degli apostoli, dicendo ch'era giunto il tempo dello Spirito Santo e della carità : seguendo questi fanatici gli errori degli albigesi e valdesi, Se-

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garelli fu bruciato vivo nel i3oo. li Papa si oppose al re d'Inghilter- ra che voleva imporre le decime agli ecclesiastici ; purgò i suoi do- mimi dai ladri che infestavano, e mostrossi sempre intrepido nel sos- tenere i diritti della Chiesa. Si mo- strò zelante per la ricupera di Ter- rasanta , e scomunicò Giacomo II re d'Aragona per aver occupato la Sicilia, dichiarando Costanza sua madre incorsa nella scomunica ful- minata da Martino IV : in vece l'a- ragonese si fece coronare re di Si- cilia dai vescovi di Cefalo e Nica- stro, ed allora il santo Padre sco- municò ancor essi e sottopose l'iso- la all'interdetto. Eguale scomunica sentenziò contro Alfonso III re d'A- ragona fratello del precedente, per tener prigione Carlo II re di Sici- lia, al quale effetto per fargli guer- ra confermò al re di Francia le decime accordategli dal predecesso- re. Quindi fece una costituzione in cui si riservò la disposizione dei ve- scovati di Sicilia finché durasse la guerra. Fulminò pure le cen- sure contro i veneziani e con- tro il re di Castiglia, ch'eransi di- chiarati a danno di Carlo II, ma fa- cilmente dipoi gli assolse. Per ordine di Onorio IV s'incominciò ad inse- gnar nell'università di Parigi, in cui egli avea studiato, la lingua ara- ba e altre orientali, per l'istruzio- ne de'saraceni e degli scismatici d'o- rieute. Trovandosi Pioma perla lun- ga assenza de'Papi desolala in molti luoghi, restaurò il Monte. Aventino [Fedi) di sua cosa Savtdll [Fedi), ed a riserva dell'estate, che lo pas- sava a Tivoli, fece la sua residenza nel monte presso s. Sabina, nei pa- lazzo da lui edificato, o meglio da Onorio III che ne donò parte col- la chiesa ai domenicani. Concesse

Ol'O 29

la chiesa di s. Silvestro in Capite alle monache di s. Chiara; investì d' Albano (Fedi) la sua famiglia Savelli, e consagrò quella chiesa di s. Paolo giuspatronato di sua fami- glia, e da lui col monastero fon- data. Creò cardinale il solo Bocca- mazza suo parente, e non volle ce- dere al fratello Pandolfo che lo stimolava crearne altri, pronunzian- do quella memorabile sentenza che riporta il Ratti, Famiglia Sforza p. 333. Bensì nel suo cardinalato arricchì i propri congiunti, lascian- do eredi di tutti i suoi beni il fra- tello e il nipote. Per quanto riguar- da l'ultima sua malattia, si legga la p. 121 del voi. XLIV del Dizio- nario. Morì Onorio IV pieno di meriti, a'3 aprile 1287, nel giovedì santo, dopo il governo di due an- ni e due giorni. Fu sepolto nel Vaticano, e poscia per ordine di Paolo III fu trasportato nella chie- sa d' Araceli per essere tumulato nella tomba gentilizia, ponendovisi la di lui statua sepolcrale, di cui fecero menzione, il p. Casimiro, Me- moric p. 1 io; il Papebrochio in Co- nat. par. I, p. 209, e par. II, p. 64; e l'Oldoino, Addìi, in Ciacon., che riporta la figura. Vacò la sede apostolica io mesi e 18 giorni. ONORIO lì, Antipapa. V. Anti- papa XXII Cadolao, s. Gregorio VII e Nicolaiti.

OPONTO, Opus. Sede vescovile dell' Attica nella Locride, nella pro- vincia Achea, sotto la metropoli di Atene, eretta nel V secolo. Ebbe per vescovi Donno che fu al con- cilio d'Efeso I; Atanasio che in quello di Calcedonia ritrattò quan- to avea sottoscritto nel brigandag- gio d'Efeso; Callinico che assistè al V concilio generale. Oriens christ. t. II, p. 206.

3o OPP

OPPENHEIM. V. TniBUR.

OPPIDO (Op/riden). Città con residenza vescovile nel regno delle due Sicilie, nella provincia della Calabria Ulteriore prima, capoluo- go di cantone, a 8 leghe da Reg- gio e circa 4 c'a Palmi, città posta poco lungi dalla spiaggia del golfo di Gioia sul Mediterraneo, divenu- ta capoluogo di distretto, dopo i guasti del terremoto che disertò i luoghi aggiacenti, e nel suo distret- ta trovasi il circondario d' Oppido. Questa città che conteneva forse 8000 abitanti , molto soffrì pel terremoto del 5 febbraio 1 783 ; ed è situata in mezzo a montagne, presso il monte Aspro, sopra un colle, tra i fiumi di Medena e Trecosio . Dopo tale catastrofe , nelle sue vicinanze fu fabbricato un borgo detto Tubae dalla pro- posizione concistoriale, nel quale vi è l'episcopio ove risiede il vesco- vo. Fu chiamata anche Oppidum Mammari. La cattedrale, buon edili- zio con batlisterio, è sotto l'invocazio- ne dell' Anuunziazione della Beata Vergine, e sino al secolo XV osservò il rito greco, dopo il qual tempo tutta la diocesi adottò il latino. 11 capitolo si compone di sei di- gnità, cioè l'arcidiacono, il decano, il cantore, il tesoriere, V arciprete e l'inchisarca; di quattordici cano- nici, compreso il penitenziere e il teologo, ed altri preti e chierici : ai canonici spetta la cura delle a- nime. Vi è un'altra chiesa par- rocchiale, il seminario con alunni, monastero di monache e conven- to di religiosi, confraternite, ospe- dale e monte di pietà.

La sede vescovile fu eretta secon- do Commanville dopo il IX secolo, sulTraganea della metropoli di Reg- gio, e lo è tuttora. La serie però

OPP de' suoi vescovi l' Ughelli l'inco- mincia nel i3oi, Italia sacra t. IX, p. 4'7> e^ * SU01 continuatori riportano importanti rettificazioni e addizioni nel t. X, p. 3o3. N. fu il primo vescovo che sedeva nel i3oi;ma in una bolla d' indulgen- za del I2g5 si legge uno Stefano episcopus Oppìdensis. Indi Grego- rio cantore della chiesa di Gerace, postulato dal capitolo e confermato nel 1 338 da Benedetto XII; Bar- naba monaco basiliano, abbate di s. Maria de Trivento, del 1 349 » Nicola già arcidiacono d' Oppido, del i3o2 ; Simeone morto nel 1 3c)4j Giovannino Malatacehi cantore del- la chiesa di Tropea, nel 1094 creato da Bonifacio IX; Simeone Cervo di Giovenazzo del 1400; Antonio de Caroli nobile di Cosenza del 1424» traslato da Martino V alla sede di Bisignano nel i429 5 gu successe Tommaso, trasferito dopo pochi mesi a Strongoli ; Venturello Nubicl di Corneto, religioso di s. Spirito in Sassia, fatto nel i43i da Eugenio IV. Nel 1 449 Nicolò V nominò per gratitudine fr. Gi- rolamo di Napoli agostiniano, insi- gne filosofo e dotto teologo, già di lui maestro in eloquenza e forse anche nella greca erudizione, al dire d'Ughelli, in che ripugna il Rodotà, Del rito greco in Italia t. I, p. 4 ' 3, parlando di quello osservato io Oppido; pare che questo vescovo togliesse il rito greco dalla catte- drale o dalla diocesi, ma nel seco- lo XVI tuttavia fioriva ne' villaggi di s. Giorgio, di Cocypedano, di Lo- brico e di Siziano; onde solo dalla città e cattedrale lo rimosse dopo averlo come i predecessori esercita- to nel principio del suo governo, e negli ultimi anni di questo sosti- tuì il latino, nel quale ridusse au-

OPP

cora alcune terre della diocesi, ed osserva il Rodotà, che nel secolo decorso l' arciprete del castello di s. Cristina di rito latino, riteneva il titolo di protopapa. L'abbando- namento del rito greco fatto dalla cattedrale per opera di Girolamo, può essere avvenuto o per la di- minuzione de' sacri ministri o per- chè sforniti della convenevole dot- trina, o per essersi annoiato il po- polo de' rigorosi istituti della chie- sa orientale.

Essendo morto Girolamo nel 1472, Sisto IV unì il vescovato d' Oppido alla chiesa di Gerace (Fedi) cui presiedeva Atanasio Cal- ceofilo monaco basiliano, il quale sino dal 1467 avendo incominciato a professare il rito latino, erasi van- tato abbattere il greco nella sua cattedrale; impiegò la sua eloquen- za nell'accreditare ancbe in Oppido il novello rito della chiesa romana. Gli successero vescovi di Gerace o Oppido, nel 1497 Troilo Carafa napoletano traslato da Rapolla; nel i5o5 fu fatto amministratore il cardinal Oliviero Carafa, cbe con regresso cede nello stesso anno al vescovo Giacomo Conchillo spagnuo- lo, che trasferito a Catania fu no- minato nel i5og Bandiuello Snidi poi cardinale, indi nel r 5 1 7 per- chè deposto ne prese l'amministra- zione il cardinal Francesco Armel- lini, e nel 1 5 i 9 il cardinal Ales- sandro Cesarmi, il quale poco do- po rassegnò con regresso a Girola- mo Fianca arcivescovo d' Amalfi, e poi la riprese nel i534, rassegnan- dola di nuovo a' 28 gennaio i536. Tu questo giorno Paolo IH restituì a Oppido il suo proprio vescovo, sciogliendo l'unione con Gerace, ma non ricondusse il rito al pri- miero stato, contento che contiiuias-

OPP 3r

se il latino in vigore : il nominato fu Pietro Andrea Ripauti di Jesi, che morì in detto anno a' 2 set- tembre in Roma. Gli successero Ascanio Cesarmi romano, però con- sacrato nel i54o; indi Francesco de Notuzi arcidiacono di Mileto nel i542; fr. Tommaso Casella di Ros- sano, domenicano insigne, nel i54$ traslato da Montefeltro, poi passò a Cava; Vincenzo Spinelli nobile napoletano, virtuoso e prudente, nel i55o; Teofilo Gallopi di Tropea nel i56i, che intervenne al conci- lio di Trento e poi in quello pro- vinciale tenuto dall'arcivescovo di Reggio, coli' intervento pure del ve- scovo di Nicastro Facchinetti poi Innocenzo IX, in Terra Nuova, città della diocesi d' Oppido, ragguarde- vole per le sue chiese collegiata e parrocchiale, e per le reliquie, fra le quali due sacre spine, e per al- tri pregi. Questa città, fondata nel secolo IX, era una delle più belle della provincia quando nel 1783 il terremoto la distrusse in gran parte: fu patria del celebre France- sco da Terranova. Nel 1 56j Gio. Ma- rio Alessandri urbinate, traslato a Mileto; nel 1 573 Sigismondo Man- giaruna calabrese., intervenne alla consecrazione della metropolitana di Reggio; nel i583 Andrea Ca- nuto di s. Elpidio di Fermo, che riedificò più grande la cattedrale ed ornò ed abbellì anco quella del- le monache di Terra Nuova ; net i6o5 Giulio Ruffo non napoletano ma di Coloseto diocesi di Oppido ; nel 1609 Antonio Cesoni di Luyo che istituì la confraternita della dottrina cristiana, celebrò il sinodo, fu zelante pastore e propugnatore della immunità, lasciando al capi- tolo fondi per celebrazione di mes- se e anniversario. Nel i63o Fabrizio

32 OPP

Caracciolo traslato da Catanzaro; nel j632Gìo. Battista Montani nobile e arcidiacono di Pesaro, ch'eresse la col- legiata di Terra Nuova e istituì il collegio de' canonici, poi consagrò ; inoltre nell'episcopio formò una bi- blioteca ad uso del clero, dopo a- \er ampliato e isolato il palazzo, edificò la torre campanaria della cattedrale, e venne assai lodato per \igilanza e libertà sacerdotale. Nel i663 Paolo Diana Parisio patrizio di Reggio, fece di marmo la porta maggiore della cattedrale e ne au- mentò le suppellettili, soccorse ge- nerosamente i poveri della diocesi, e celebrò nel 1670 il sinodo che fu stampato. Nel 1674 Vincenzo Paolo Diana Araneo patrizio epi- daurense napoletano cassinese, sol- lecito e limosiniero, pastore amante ael di vin culto, benemerito dell'e- piscopio, della collegiata di Terra Nuova, consacrò la chiesa di s. Giorgio e fu trasferito a Cefalo. Nel i6q4 fi'- Bernardino Plastena nobile di Fuscaldo, correttore ge- nerale de' minimi, egregio vescovo che abbellì nobilmente e aumentò l' episcopio ed ornò la cattedrale anco con organo, ed accrebbe la mensa.

Innocenzo XII creò vescovo nel 1697 Bisanzio Fili patrizio d'Al- tamura e cantore di quella chiesa, eresse il seminario, celebrò il sino- do, presso la collegiata di Terra Nuova costruì 1' episcopio, consa- crò la chiesa de' cappuccini d'Op- pido, compì la torre campanaria della cattedrale, di cui fu benefat- tore eziandio colf istituzione di dieci mansionari o canonici secon- dari; cou eleganti opere abbellì il coro e da una cappella laterale tra- sferì all'altare maggiore la mira- colosa immagine dell' Anuunziazione

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di Maria Vergine patrona della città; fu vindice dell'immunità, ri- stabilì la biblioteca, e nel 1707 ven- ne traslato ad Ostimi. Gli successe Giuseppe Placido de Pace nobile napoletano filippino, pio e di vita penitente; si esercitò nelle sacre missioni e in altre belle opere, e mentre ne meditava altre morì nel 1709. Dopo la sede vacante di pa- recchi anni Clemente XI nel 1714 fece dono a questa chiesa del ce- lebre fr. Giuseppe Maria Peri mez- zi patrizio di Paola, già superiore di quel convento de' minimi, con- sultore del s. offizio e dell'indice, vescovo di Ravello e Scala. Iude- scrivibili sono le sue magnanime gesta, avendo ornato e ampliato la cattedrale e le sue suppellettili e paramenti ; restaurato , ingrandito ed ornato l'episcopio ; rivendicato molte rendite ecclesiastiche, ripri- stinato la disciplina nel clero j isti- tuito la prebenda teologale, pro- mosso le scienze e il divin culto; inoltre die ottimi regolamenti al se- minario, difese l'immunità, fu a- mante de' poveri e della giustizia ; consacrò ed abbellì la chiesa di Paola madre dell'ordine de' mini- mi, e quella di Speziano degli slessi religiosi, consagrando eziandio nel 1719 la cattedrale. Nell'episcopio istituì F accademia Maria degF in- fecondi. Sotto i suoi auspicii tutta la diocesi ne provò i benefici effet- ti, edotto com'era ci lasciò diver- se erudite e importanti opere. Con lui dai continuatori dell' Uglielli si termina la serie de' vescovi d' Op- pido, quale compiremo colle an- nuali Notizie di Roma. 1734 Leone Luca Vita di Monteleone diocesi di Mileto . 1748 Ferdi- nando Mandarani della diocesi di Squillace , traslato da Slrongoli.

OPP

1770 Nicolò Spedalieri di Guarda- valle diocesi di Squillace, trasferito da Martorano. Dopo diversi anni di sede vacante, nel 1792 Alessan- dro Tommasini di Dominiti diocesi di Reggio. 18 19 Ignazio Greco di Catanzaro. Per sua morte, Pio VII nel concistoro de' 19 aprile 1822 preconizzò l'odierno ottimo vescovo monsignor Francesco Maria Coppola di Nicotera, già vicario generale di quella diocesi e canonico della cat- tedrale.-La diocesi ha circa 4o mi- glia di territorio, con i4 luoghi. Ogni nuovo vescovo è tassato in fiorini 33, e le rendite ascendono a quasi 3ooo ducati.

OPPORTUNA (s.), abhadessa di Montreuil. D' illustre famiglia del paese di Hyesmes, ora Auge, in Normandia, risoluta di vivere nella virginità, ricusò molti vantaggiosi partiti, e col consenso de' suoi ge- nitori si ritirò nel monastero di Montreuil. Le sue rare virtù, deter- minarono la comunità a sceglierla per ahhadessa, ed ella se ne mostrò ben degua, andando innanzi a tut- te nel fervore e neh' austerità, sen- za diminuire la dolcezza che aver doveva verso le altre sorelle^ le quali trovavano in lei una madre tenera e compassionevole. Fu afflit- ta pel tragico fine di suo fratello Crodegango vescovo di Seez, che ■venne proditoriamente ucciso a No- nant, mentre ritornava alla sua se- de, dopo essersi recato a Roma per visitare le tombe dei santi aposto- li. Ella andò a cercare il corpo del fratello e lo fece depone a Mon- treuil. La chiesa di Francia ha messo Crodegango nel numero dei santi, ed è onorato a Seez a' 3 di settembre. S. Opportuna mori li 22 aprile 770, e fu seppellita pres- so a suo fratello; ma nel 1009 le

VOL. XUX.

ORA 33

sue reliquie furono trasportate nel priorato di Moussy, nella diocesi di Parigi, e poco dopo a Senlis. In seguito ne vennero distribuite al- cune porzioni, e il suo braccio di- ritto nel 1 374 fu portato a Parigi nella chiesa che porta il suo nome. S. Opportuna è onorata a Seez, a Parigi ed altrove, il giorno 22 di settembre.

ORA , Nora. Una delle venti- quattro parti , in che è diviso il giorno civile, diversamente numera- te secondo la consuetudine de' po- poli, o ventiquattresima parte del vero giorno naturale o solare, o del tempo che il sole impiega a ritor- nare sul meridiano. V. Giorno, ove dissi come dividesi in quattro sorta e sue spiegazioni ; del giorno civile de' romani ed altri popoli, come dell'artifiziale o civile, ossia il tem- po che scorre durante il giorno na- turale, cioè quello della luce e la notte; naturale e astronomico; non che del modo cui lo divide la Chie- sa, anco mediante le Ore canoniche [fateli). Vi sono due sorta di ore, alcune egualij altre disuguali. Le ore eguali dividono il giorno in venti- quattro parti eguali, essendovene do- dici dalla mezzanotte al mezzodì , e dodici da mezzodì a mezzanotte; chiamami anche equinoziali perchè dividono il cerchio equinoziale in ventiquattro parti eguali. Le ore in- eguali sono più lunghe o più corte secondo la diversità delle stagioni , essendovene sempre dodici pel gior- no naturale, dalla levata del sole fino al suo tramontare, di maniera che in estate le ore del giorno sono più lunghe di quelle della notte, ed al contrario in inverno quelle del giorno sono più corte, perchè il sole resta per un tempo minore sul no- stro orizzonte : queste ore chiamatisi

.34 O II A

pure giudaiche, antiche o planeta- rie, ed erranti. L' uomo ben cono- scendo la preziosità del tempo, cer- cò sino dall'infanzia della creazione ogni mezzo per misurarlo ; e seguen- do il sole, vita e movimento del- l'imi verso, segnò gli anni, le stagio- ni, i giorni, e dall'apparire e dispa- rire del notturno pianeta divisò i mesi. Lungo sarebbe il discorrere quanti e quali furono gli usi de' pri- mi popoli per segnare gli anni , i mesi, i giorni, di cui altrove breve- mente parlammo, e dividere le ore, laonde ci limiteremo ad un sempli- ce cenno.

Gli antichi ebrei non conobbe- ro apparentemente le ore: divi- sero essi il giorno in quattro parti che chiamarono ora ; cioè mattino, mezzo giorno, primo vespero e l'ul- timo ; la notte divisero in tre par- ti, sera, mezzanotte e guardia del mattino. Tuttavolta è antichissima la divisione del giorno in ore : gli egizi lo distribuivano in dodici parti, e i greci adottarono tal divisione ai tempi di Anassimandro che fiorì sotto Ciro, o di Anassimene suo di- scepolo. Ma invece di computare le ore come noi facciamo da una mez- zanotte all'altra, essi le contavano dal levar del sole sino al suo tra- montare, di modo che esse erano più corte nel solstizio d'inverno , e più lunghe in quello di estate. Du- rante gli equinozi, la loro prima ora corrispondeva a quella parte del giorno, che cade tra le 6 e le 7 ore del mattino, la terza corrispon- deva alle nostre 9 ore circa, e così di seguito. La divisione in ore era sconosciuta dai romani avanti la pri- ma guerra punica; essi non regolava- no in addietro i loro giorni se non che dal levare e tramontare del so- le con ore disuguali. Dividevano le

O R A dodici ore del giorno in quattro parti, le prime ore, o la prima par- te che cominciava a 6 ore del mat- tino, la terza che cominciava a q, la sesta che cadeva alle 12 o a mez- zo giorno, e la nona che comincia- va a 3 ore dopo mezzodì. La Chiesa romana non fece adunque se non che conservare con qualche modi- ficazione nel tempo, quelle antiche denominazioni di prima, terza, se- sta e nona, per indicare gli uffizi che diconsi in certe ore del giorno, poi chiamate ore canoniche: quan- to alle religiose osservanze, la Chie- sa romana fu nelle ore seguita dal resto della Chiesa cattolica. Quanto ai romani, Censorino c'insegna cou altri, che la notte era divisa in quat- tro parti come il giorno, chiamate veglie o vigilie. La prima veglia comprendeva le prime tre ore del- la notte; al fine della terza ora co- minciava la seconda veglia e durava fino a mezzanotte; la prima ora o parte del giorno comprendeva le tre ore ordinarie dopo la levata del so- le, ed al fine di questa terza ora incominciava la seconda parte del giorno delta terza, perchè seguiva il segno della terza ora ordinaria, e durava questa fino a mezzodì ; quindi incominciava l' ora o parte del giorno chiamata sesta, dopo la quale veniva l'ora o parte del gior- no chiamata nona. Secondo questa spiegazione, facile è intendere le ore che riguardano la passione del Re- dentore.

Le ore nostre si dividono in an- timeridiane o prima di mezzodì, e pomeridiane dopo mezzodì : i ro- mani le distinguevano in diurne e notturne. L'orologio italiano novera seguitamele le 24 ore del a principiare dal tramonto del sole, o piuttosto mezz'ora più tardi. L' o-

ORA rologio francese o olir amontano > det- to anche astronomico, scomparte le 2.| ove in due dozzine, e conta le prime dodici dette del mattino, dal- la mezzanotte al mezzodì ; le altre dette della sera, da questo a quel- la : questa scompartizione delle ore del mattino e delle ore della sera non viene da tutti approvata, come impropria, perchè diconsi ore mat- tutine quelle che scorrono iti certe stagioni durante la notte , ed ore della notte quelle che immediata- mente susseguono al mezzodì. Si questionò pertanto quale dei due orologi sia il migliore, ma senza distinzione di rapporti ; e si dice dagl'intendenti, che niuno di essi soddisfa compiutamente ai bisogni della vita civile, poiché niuno de'due dichiara i quattro punti principali della giornata, cioè il uascere e il tramonto del sole, il mezzodì e la mezzanotte, che nelle quotidiane fac- cende spesso fa mestieri conoscere. L'orologio francese o oltramontano, popolarizzato tra noi allorquando l'Italia soggiacque l'ultima volta al- l'invasione della Francia, divenne si- stema europeo, e si è introdotto generalmente in Roma nel 1846; ma siccome nella compilazione di questo mio Dizionario procedei col- l'antico calcolo delle ore dell'orolo- gio italiano, trovai indispensabile proseguire coli' antico sistema del medesimo. V. Orologio, ove pure si tratta della divisione del tempo e delle ore. Agli articoli Angelus Domini, all'aurora, al mezzodì e alle ore it\\ De profundis ad un'ora di notte ; a Quarant'ore ed altri re- lativi, ed a Campana, parlammo del pio costume di recitare alcune ora- zioni in diverse ore, cui danno il segno le campane, come nel vener- dì alle ore 21 in memoria di quel-

ORA 3 7

la in cui spirò Gesù Cristo, con in- dulgenze concesse dai Pontefici ; e di altre ore che la Chiesa e la pie- tà de' fedeli hanno stabilito e con- sagrato in particolari preghiere, se ne parla a' loro luoghi. In Roma nella Chiesa di s. Maria della Pa- ce, per lascila del prelato Giulio Be- nigni, ogni mattina un'ora avanti giorno suona la campana con nove tocchi, in memoria de' nove mesi in cui la Beata Vergine portò nelle sacre sue viscere Gesù. Cristo ; e dopo finita la prima messa ne deve suonare altri dodici in onore degli apostoli.

ORACOLO , Oraculum , vatici- nium. Risposta degli dei falsi , e celebre fra gli ebrei fu l'oracolo di Beelsebub dio d'Accaron, ch'essi so- vente consultarono. Fra gli ebrei si distinsero molte specie di veri oracoli: i.° l'oracolo a viva voce, come quando Dio parlava a Mosè; i.° i sogni profelici, come quelli di Giuseppe; 3.° le visioni, come quel- le de' profeti ; 4-° l'oracolo d'Urina e di Thummim uniti aW'Efod (Ve- di) del sommo sacerdote; 5.° dopo l'erezione del tempio consultaronsi più soventemente i profeti, e dopo di essi pretendono gli ebrei che Dio loro si manifestò per mezzo d'una voce interna, o sensibile che facevasi sen- tire da un numero sufficiente di per- sone per renderne testimonianza. Quanto agli oracoli de' falsi dei, sebbene non si possa dubitare che vi fosse il più delle volte molta so- perchieria, furberia, impostura e fal- sità per parte de' sacerdoti e delle sacerdotesse degli idoli , pure avvi apparenza ch'essi abbiano talvolta avuto qualche conoscenza di cose nascoste o future : Dio permetten- dolo così per punire i pagani che li consultavano, in ima maniera ili-

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comparabilmente più terribile , se avesse egli sempre, come fece qual- che volta, imposto silenzio a tutti quei pretesi oracoli. Si prese l'ora- colo anche in significato di predi- zione, indovinamento e vaticinio : Seneca definì l'oracolo, volontà de- gli dei annunziata per bocca degli uomini, ed era questa la più au- gusta e la più religiosa specie di predizione dell'antichità. Il deside- rio sempre vivo e sempre inutile di conoscere l'avvenire, diede origi- ne agli oracoli, l'impostura gli ac- creditò, e il fanatismo vi appose il sigillo : questa credulità fu seguita dai più grandi uomini, dai filosofi più illuminati , dai principi i più potenti, e generalmente dai popoli e nazioni più incivilite. Vi fu per- ciò chi sostenne, essere stati gli o- racoli un parto o un effetto inge- gnoso della politica, che in questo mezzo alimentava la grossolana cre- dulità, e confermava la soggezione de' popoli. Gli antichi non contenti di far rendere gli oracoli da molte divinità (in diversi articoli, par- lando de' loro templi e luoghi, di- cemmo de'più famosi), quel preteso privilegio si fece passare anche agli eroi, e si resero oracoli in nome loro. Si consultavano gli oracoli , non solo per le grandi e pubbliche imprese, ma anco talvolta per sem- plici affari privati. Più sovente però ricorrevasi agli oracoli per far la guerra o la pace, per istabilire al- cune leggi, per riformare gli stati o cangiarne la costituzione. Gli ora- coli vendevansi pure o si pronun- ziavano per danaro in diverse ma- niere. In alcun luogo il sacerdote o la sacerdotessa rispondevano per la divinità che si consultava ; altro- ve era lo stesso dio falso, dal quale ottenevasi la risposta per via di so-

O li A gni, dormendo nel tempio; altrove l'oracolo o la risposta del medesimo si consegnava per mezzo di schede o cartoline sigillate, o come in Pale- strina si rendeva per mezzo delle sorti. Alcuna volta affine di ottenere quelle risposte, richiedevansi molte prepara- zioni, come digiuni, sagrifizi, lustrazio- ni, offerte e simili; vi aveano altresì oracoli ne'quali ponevasi minor dif- ficoltà alla risposta, e il divoto che interrogava l'oracolo, riceva la ri- sposta al suo arrivo. L'ambiguità era uuo de' caratteri più frequenti de- gli oracoli, e la duplicità del senti- mento non poteva ch'essere favore- vole a coloro che ne approfittava- no. Alcune risposte erano assai sin- golari , altre semplici piacevolezze. Gli oracoli decaddero dal loro pri- mitivo credito, allorché più non si rendettero in versi, sebbene è dub- bio se realmente con essi rispon- devasi nella primitiva loro istitu- zione. Quello però che maggior- mente contribuì a screditare gli ora- coli , fu la caduta de'greci sotto il romano dominio, giacché questo eb- be cura di sopprimerli, disprezzan- done i vaticini, non ponendo i ro- mani attenzione che ai libri sibilli- ni e alle divinazioni etrusche. L'o- racolo di Dodona vuoisi il più an- tico, quello di Antinoo il più mo- derno o l'ultimo che venne stabili- to. Ne' primi tempi della Chiesa cristiana il dono della profezia era comune, e Dio ha permesso che do- po la nascita del suo Figlio la mag- gior parte degli oracoli de' pagani dovessero starsene in silenzio. E ce- lebre però la questione sopra il si- lenzio «degli oracoli degl'idoli, che da molti si erede successo appena nacque Gesù. Suida, Cedreno ed al- tri scrivono, che nella stessa notte in cui nacque, il famoso oracolo di

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Delfo, che sussisteva da più di due mila anni, li ammutolì : ma Bene- detto XIV, De canon, ss. e. 4A n. 8. ha dimostrato che questa è una cosa assai incerta. Sulla durata e il fine di questi oracoli ha egregia- mente scritto Antonio Wandale, se- guito da Bernardo Foutenelle, al parere de' quali si oppose un ano- nimo francese tradotto in latino : Historia de silentio oraculorum pa- ganismi post Jesu Chrislì, 1725. Il Cancellieri, Notizie della festa di Natale, p. 116, riporta l'elenco di autori che scrissero su questo pun- to e sugli oracoli. Il Salvatore pro- mise che le porte dell'inferno non prevarranno giammai contra la sua Chiesa, ed appoggiati a quella divi- na promessa noi crediamo la Chie- sa infallibile ne'suoi oracoli riguar- danti le verità della fede.

ORA1NGE, Ai -ansio. Città vesco- vile antica e considerabile di Fran- cia in Provenza , dipartimento di ^ alcbiusa, capoluogo di circondario e di due cantoni, a 5 leghe da A- vignone, e 23 da Montpellier , in una bella pianura ai piedi d' una collina, sulla piccola riviera di Mey- ue. Ha tribunale di prima istanza ed altre magistrature. Mal fabbrica- ta, ha belle piazze e fontane, molte chiese, la cattedrale sotto l' invoca- zione della Beata Vergine, d'Ognis- santi e di s. Fiorenzo. 11 tempio protestante è di ardita architettura; ha ospedale, collegio comunale, fab- briche e commercio. E patria di Giuseppe Saurin celebre matema- tico, convertito da Bossuet, e di al- tri uomini illustri. S'ignora l'origi- ne d' Orange , credendo alcuni es- sere stata eretta dai focesi fonda- tori di Marsiglia. Certo è che an- tichissima , era una delle quattro città de'cavari, e Giulio Cesare vi

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mandò una colonia di soldati della seconda legione, onde fu chiamata colonia secundanorum. Dai romani venne a profusione abbellita di mol- tissimi bei monumenti, di cui ri- mangono ancora alcuni avanzi : i più osservabili sono un superbo ar- co di trionfo, detto arco di Mario perchè vuoisi eretto a di lui onore dopo la vittoria sui cimbri e teuto- ni, opinione però contrastata; le vestigia di un teatro di grande di- mensione, la cui facciata settentrio- nale è ben conservata ; e quelle po- co riconoscibili d' un acquedotto e di bagni. Prima la città era più grande, ma molto soffri dai visigoti, borgognoni e altri barbari , che se ne impadronirono alla caduta del romano impero. Indi la possedero- no i re di Francia, e poscia ebbe principi particolari. Nel 793 Carlo Magno fondò il principato o contea d'Orange nel contado Venaissino , che prese il nome dalla città suo capoluogo, in favore di Guglielmo- au-Cornet, altri dicono che il primo conte fu Gorand d'Adhernar, fioriti nei primi del secolo XI; nel 1 1 85 passò alla casa di Daux, poi a quel- la di" Chalons nel 1 3g3 , eretta in principato; in fine nel i53o al principe di Nassau , uno dei quali Filiberto prese e saccheg- giò B.oma nel 1527: Guglielmo di Nassau principe d'Orange, fondò la repubblica d'Olanda; e Gu- glielmo Enrico, prima slatolder d'O- landa, pervenne al trono d' Inghil- terra nel 1689 col nome di Gu- glielmo III. La fortezza, che Mau- rizio di Nassau principe d'Orange rese regolarissima nel 1622, e face- va considerare questa città come una delle più forti d'Europa , fu sman- tellata nel 1660. Guglielmo Enrico suddetto, di Nassau, ultimo de'suoi

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signori, essendo morto senza poste- rità nel 1702, Luigi XIV s'impa- dronì della città e principato d'O- range, benché Guglielmo III aves- se designato per esso un erede di sua casa ; solo die al principe di Conti, che vi avea pretensioni, due terre in cambio. Alla pace d' U- trecht nel 1 7 1 3 Luigi XIV si fece cedere definitivamente il principato e la città, da Federico Guglielmo l re di Prussia, il quale per mater- ne ragioni si dichiarava erede di Guglielmo III, ed al quale si die in cambio la città e territorio di Gueldria, impegnandosi dare un compenso al figlio del principe di Nassau Dietz , che Guglielmo III avea fatto suo erede, e che fu lo stipite de' nuovi statolder d'Olanda, poscia re de Paesi Bassi (Fedi)j si trova la genealogia di questa illu- stre casa, nella Storia della contea di Borgogna, per Dunod. Il princi- pato fu quindi unito al delfinato, sino alla formazione del dipartimen- to di Valchiusa, nel quale fu com- preso. Anche durante le guerre di religione, la città assai soffrì, e quando fu presa dai protestanti nel 1 562 ne distrussero le chiese.

La sede vescovile fu eretta nei primi del secolo IV sotto la me- tropoli d'Arles. Il primo vescovo fu s. Lucio che patì il martirio verso il 3 12 nella scorreria che fecero gli alemanni sotto Croco. Gli successe Eiadio che nel 356 sottoscrisse la lettera de' vescovi della provincia di Vienna, contro Saturnino vescovo ariano d* Arles. Costanzo mostrò molto zelo contro gli ariani , e fu al concilio d'Aquileia nel 38 1 in cui furono condannati. Indi furono vescovi Marino, Giusto, e s. Eutro- pio che sedeva nel 47 5- Sotto il vescovo Bonifazio, morto nell'839,

ORA la sede d'Orange fu unita a quella di s. Paul-trois-Chàteaux; ma sul finire del secolo XI il Papa Pasqua- le II acconsentì che i due vesco- vati tornassero indipendenti. Quan- to agli altri vescovi d'Orange sino a Gio. Giacomo d'Obeille del 1674, vedasi la Gallia christ. t. I. Gli ul- timi vescovi si leggono nelle Noti' zie di Roma. 1 73 1 Francesco Rous- sei de Tilly della diocesi d'Autun. 1774 Guglielmo Lodovico de Tillet della diocesi di Sens, sotto il quale pel concordato del 1801 Pio VII ne soppresse la sede. Dipoi la rista- bilì, nominando vescovo il primo oltobre 1817 Paolo Teresa Davide d'Astros della diocesi d'Aix, ma pri- ma che il Papa morisse di nuovo la soppresse. Nell'epoca che i prin- cipi protestanti signoreggiavano O- range, il Pontefice nominava il ve- scovo, che aveva 10,000 lire di ren- dita. Il capitolo componevasi di tre dignità e sei canonici , e la diocesi conteneva 19 parrocchie.

Concilu di Orange.

Il primo fu tenuto nel 44 l a8u 8 novembre, composto di tre pro- vincie, con diecisette vescovi, e pre- sieduto da s. Ilario d'Arles, di cui si hanno trenta canoni importanti per la disciplina. Ordinò che ogni concilio stabilirebbe la celebrazione del seguente, poiché contro il de- cretato di quello di Puez, i vescovi ricusavano intervenirvi. Diz. de'conc.

Il secondo nel 529 presieduto ai 3 luglio da s. Cesario d'Arles , con dodici vescovi che sottoscrissero i 2 5 articoli ch'erano stati mandati dalla santa Sede, iutorno la prede- stinazione, la grazia e il libero ar- bitrio. S. Cesario li rimandò a Ro- ma colla professione di fede, e Bo-

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nifacio II li approvò, onde si estin- se l'eresia de' serni-pclagiani che a- veva afflitto per cent'anni la Fran- cia, ed il Papa propose s. Agosti- no per ottimo maestro sulla di- vina grazia. Diz. de conc.

11 terzo nel 1229 per ricevere alla penitenza gli albigesi e quei ch'erano sospetti de medesimi erro- ri. Labbé t. XI; Arduino t. VII.

ORARIO, r. Stola.

ORATE FRATRES. Invito al- l'orazione nella Messa (Fedi), che il sacerdote fa ai fedeli acciò sia accetto a Dio Padre il sagrifizio che va ad offrire. Rodolfo ne fa auto- re s. Leone 1 Papa del 44°» ma nelle vile de' Pontefici si legge che s. Auacleto del io3 dicesi aver ordi- nato a'sacerdoti di dire I" Orate fra' tres almeno a due persone, e che s. Sotero Papa del iy5 decretasse non potere i sacerdoti celebrare senza l'assistenza di due almeno, cui dire Domiiius vobiscum (Vedi), ed Ora- te fralres. IVIa che basta un solo ministro per la messa privata lo insegnò il dottore s. Tommaso, par. 3, q. 83, a. 5 ad 12; ed ai romiti ed altri anacoreti rinchiusi lo è per- messo senza il ministro, con licenza del Papa, come si legge nel Bona, Rerum liturg. e. 1 3 ; ne osta che dica le cose in plurale, come l'Ora- te fra tres, perchè queste parole ri- guardano tutta la Chiesa, che est una in multis, et tota in singulis. Quindi il sacerdote recita solo l'uf- fizio divino, benché dica in nume- io plurale, lenite adoremus, ore- mus, benedicamus Domino. Il Pi- scicelli, Spiegazione della messa par. 3, ci le seguenti nozioni. Finita l'orazione, Suscipe sancta Trinitas, il sacerdote bacia l'altare, si volge verso il popolo, stende le braccia , riunisce le mani innanzi ai petto ,

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e dice con voce chiara Orale fralres, e continuando a dire segretamen- te, ut meum, ac veslrum sacrifì- cium acceptabile fiat apud Deuni Pattern omnipotentem , termina il circolo perfettamente e ritorna in mezzo all'altare per la parte del vangelo. Perchè le Oblazioni (Fedi) ch'erano presentate dal popolo lun- go tempo esigevano , la Chiesa ti- morosa che per questo la plebe si distraesse, stabilì che appena termi- nate, il sacerdote ad alta voce di bel nuovo le insinuasse il raccogli- mento dello spirito, la divozione, l'orazione, dicendo Orale fratresj e sebbene presentemente le oblazioni non sono più in uso, nondimeno la Chiesa ha ritenuto questo rito, sul riflesso che quanto più. s' avvicina l'ora dell'incruento sacrifizio, tanto più esser debba necessaria delle co- se sante la pia meditazione. Di più il celebrante con Y Orate fralres in- tende, che come Mosè salir dovendo sul Sinai per parlar con Dio, e da lui ricever la santa legge , intimò al popolo che nessuno ardisse, con minaccia dell'ira divina, avvicinarsi ai confini del monte , ma che da lungi con timore e tremore la glo- ria del Signore osservasse ; cosi i cristiani, lungi dall' altare divoti e raccolti in silenzio e in orazione as- sistono al divin sagrifizio. In fatti anticamente in alcune chiese all'O- rale fralres eravi costume, che tutti i laici- si allontanavano dall'altare, ed in giusta distanza assistevano al proseguimento della messa, siccome in altre chiese si calavano le cor- tine, o usciti chiudevansi, onde pa- reva che il sacerdote separato da tutti stasse nel sancta sanctorurn, e con tutto il raccoglimento del suo spirito solo la grande azione ope- rasse. Il celebrante per dire V Orate

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fratres si volta dalla sinistra alla destra, e poi ritorna in mezzo l'al- tare avendo fatto un circolo, e vuoisi significare con esso, girandosi verso tutti, e dicendo ora è più che ne- cessaria l'orazione, orate, e dicendo fratres intende uomini e donne , perchè giusta la sentenza di s. Pao- lo, non v'è distinzione d'uomo e di donna, ma tutti sono una cosa in Cristo, dunque uomini e donne e tutti avvicinandosi al sagrifizio , in silenzio e meditazione orale: dice segretamente ut menni ac veslrum sacrificium, per non trattenersi più del dovere rivolto al popolo; lo che terminato , divotaraente il popolo per l'assistente genuflesso risponde: Suscipiat Dominus sacrificium de manibus tuis ad laude ni et gloriam nominis sui, ad ulililalem quoque no- strani totiusque Ecclesiae suae san- ctae. Indi il celebrante risponde A- men. lu mancanza del ministro o assistente che risponda, il sacerdote stesso si risponderà, dicendo: Su- scipiat Dominus sacrificium de ma- nibus meis in vece di tuis, ec. stan- do eretto e nel mezzo dell' altare colle mani giunte e con voce som- messa. V. il Missal. Rom. par. 2, tit. 7, rub. 7.

ORATORE, Legatus, Nuncius. Ambasciatore, nunzio o messo. V. Ambasciatore, Diplomazia, Legato, Nunzio, Ministro. A Palazzo Apo- stolico si è detto della parte di palazzo e dei donativi di comme- stibili che ricevevano da esso in Roma gli oratori de'sovrani e delle repubbliche. Oratore dice anche quegli, che ammaestrato nell'arte del dire, fa pubbliche dicerie, chiaman- dosi oratoria l'arte di parlar bene. Oratore sacro significa Predicato- re [Fedi). Dicesi inoltre oratore la persona che domanda grazia con

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supplica o Memoriale {Vedi) : fi- nalmente oratore vale precator, che ora, che prega, che si raccomanda a Dio , che fa Orazione [Fedi).

ORATORIO, Oratorium. Luogo sacro pubblico dove si fa orazione e celebrasi il santo sagrifizio, o pic- cola cappella domestica destinata al- la celebrazione della messa, Sacel- lum sacrimi, cellula sacra, de' quali luoghi o edilizi, loro diverse forme e struttura, origine, uso, celebrazio- ne del sagrifizio e relative notizie avendo parlato agli articoli Altare, Cappella, Chiesa, Messa ed in altri, solo qui aggiungeremo analoghe e- rudizioni ; primieramente notando col Maeri, che Oratorium negli or- dini romani fu chiamato anche il Genuflessorio [Vedi); e con Agnel- lo Ravennate scrittore del secolo IX, che anticamente si denominaro- no Monasteri [Fedi) i piccoli Ora- torii, anzi allorché furono ridotti a parrocchia, circa il secolo X, ri- tennero impropriamente l'anteriore denominazione. Avvertiremo altresì che ai propri articoli tenemmo pro- posito degli antichissimi e primi ora- torii eretti dai fedeli nei primordi della Chiesa per le sacre adunanze e celebrazione de' divini uffizi e di- vin sagrifizio, non solo per le per- secuzioni, ma anco per la credenza della presenza di Dio in ogni luogo, onde ne formarono nelle Catacom- be e Cimiteri, prima delle pubbli- che chiese, ed i Pontefici in detti oratorii vi celebravano, predicavano, battezzavano, ordinavano , e vi fa- cevano tutte le altre funzioni pon- tificali. Egualmente a' loro luoghi si parla degli altri primitivi orato- rii, come di quelli delle Chiese La- teranense, Vaticana o altre chiese. Inoltre distingueremo meglio l'ora- torio pubblico o piccola chiesa , e

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]' oratorio privato o cappella dome- stica. Di questo argomento tratta- rono: Gio. Leonardo Venser, De al- taribus portalilibus, Jenae i 695. Jo. Baptista Gattico, De oratoriis do- meslicis et de usu al'aris porlalilis fuxta veterem ac recentem Ecclesia e dhciplinam ecclesiasticorum, secu- lariitmaue virorum singula jura et privilegia compleclentem , Piomae 1746; et Bergomi 1 75 1 . Giuseppe Luigi Assemanni, Comment. theol. canon, crii, de oratoriis publicis et domesticis, Romae 1766. Lo ri- stampò col Tractat. Just, canon. Jos. de Bonis, De oratoriis publicis Mediolani 1761, e con la diss. po- stuma del p. Fortunato da Brescia, De oratoriis domesticis. Ne un cenno i' Effemeridi di Roma del 1780, anno in cui fu in Milano stampata l'opera con questo titolo: De oratoriis priva tis commentarius ad recentium constitntionem [Magna cum animi, di Benedetto X1Y, di- retta al primate e vescovi di Po- lonia contro gli abusi degli oratori! privati nelle case de' laici) normani, et ad confìrmandam etiam pratei- pua fura in traclatu de oratoriis publicis exposita accomodalus. Fi- nalmente premetteremo un cenno sugli oratorii degli antichi ebrei. Quelli i quali dimorando troppo lontani dal tabernacolo o dal tem- pio, non potevano andarvi in ogni tempo, fabbricarono de' luoghi chiu- si sul modello di quello dell'altare degli olocausti, per ivi offrire a Dio i loro omaggi, e con vocabolo gre- co furono chiamali proseuche3 cioè preghiera ed oratorio, mentre nelle grandi città era n vi sinagoghe , luo- ghi destinati alle adunanze degli e- brei. In questi luoghi ordinariamen- te non eranvi proseuche, le quali tuttavia esisterono in alcune città:

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Maspha fu celebre luogo in Israele di preghiera. Gli oratorii che gli ebrei avevano in Alessandria, erano accompagnati da un bosco sacro ; generalmente gli oratorii degli ebrei erano cortili aperti, simili ai recinti o forum de' latini.

L'oratorio pubblico o piccola chie- sa, quanto alla struttura dev'essere semplice e di una sol nave, di lar- ghezza e altezza conveniente alla condizione del luogo. Alla testa si costruisce la cappella rivolta all'o- riente, e rimpetto la porla , e così la -finestra : dall' opposto lato della sacristia si edifica un piccolo cam- panile ddlerente dal parrocchiale con una sola campana. Ma sulla costru- zione degli oratorii, e di diversi bellissimi e sontuosi ne tratta il eh. milanese Annibale Ratti, valente in- gegnere architetto civile, nell'impor- tante e dotta opera artistico-lette- raria, che a mia confusione e sin- golare onore co' modi i più lusin- ghieri si degnò intitolarmi : Trat- tato teorico-pratico per V erezione de' sacri templi con brevi cenni sto- rici, Milano 1846. A Cappella di- cemmo dell'origine degli oratorii, e di quelli riguardati per chiese pub- bliche. Il Muratori parlando nella dissert. 64 delle parrocchie e pievi, nome delle chiese parrocchiali di campagna, perchè col nome di ple- be si disegnò già l'unione de' fedeli posta sotto Ja cura d'un sacerdote, ed anche le diocesi , asserisce che fino dal secolo IV s'incominciarono a fabbricare, oltre dette chiese par- rocchiali, gli oratorii o sieno cap- pelle in villa per comodo sovente delle persone ricche, piuttosto che del popolo, dei quali ora abbiamo abbondanza. Col tempo questo uso passò nelle stesse città, gareggiando particolarmente i grandi per avere

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l'oratorio in casa, a fine di farvi celebrare la messa, il che tuttavia si pratica per antichissima consue- tudine. Anticamente ancora furono fondati degli oratorii pubblici , ed alcune delle cappelle private comin- ciarono a servire per comodo del popolo, specialmente concorrendovi la plebe, allorché riusciva troppo incomodo l'andare alla molto lon- tana parrocchiale. Anzi tolta anco- ra la necessità, si fabbricarono per le città simili oratorii, ne' quali era permesso al popolo d'intervenire per udire la messa. Ma poiché a' tempi di Pipino re d'Italia non pochi di tali oratorii si lasciavano andare a male, egli fece una legge perché fossero restaurati, quantunque non necessari, mentre essendo stati edi- ficati ad onore di Dio e per como- dità del popolo, era decente che si conservassero con proprietà. Siffatti oratoiii erano in potere de' laici che li governavano a mezzo di qualche chierico amovibile, e siccome erasi introdotto il cattivo costume che i grandi contribuivano le decime non alle parrocchie, ma agli oratorii fon- dati nelle loro possessioni, nell'8 55 i padri del concilio di Pavia ricor- sero all'imperatore Lodovico li ac- ciò ne levasse l'abuso; non poten- dosi allora negli oratorii predicare, riconciliare i penitenti e amministra- re la ss. Eucaristia , tranne circo- stanze particolari. È necessaria la benedizione dell'oratorio pubblico, onde si possa celebrare la messa , la quale si fa dal sacerdote de li- cenlia episcopi, vestito di stola e piviale bianco, di che tratta il Ri- tuale rom. : Rilus benedicendi novam ecclesiam; il Diclich nel Diz. sa- cro lilurg. a Chiesa nuora ; e noi nel voi. XI, p. 2 38 del Dizionario. In Roma vi sono molti oratorii

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pubblici, nella maggior parte appar- tenenti ad arciconfraternitee confra- ternite anche di straniere nazioni, di che parliamo ai loro articoli, cioè de' principali, così di quelle chiese che ne hanno, e di quelli de' più in.signi luoghi pii, come il Monte di Pietà. Altrettanto dicasi degli o- ratorii notturni del p. Caravita, del quale si discorre a Collegio roma- ko ed a Missione; de' Filippini [Vedi) con Oratorii sacri, de'quali si disse a Musica, sacra, e nel 1785 fu stam- pato in Roma il libro degli E- scrcizi dell' oratorio di s. Filip- po IVerij di s. Girolamo della Carità (Fedi); della chiesa della congregazione della Missione (Vedfyj di s. Maria del Pianto dell'arcicon- fraternita della Dottrina cristiana (Vedi), aggregato a quello prima- rio del p. Caravita pel godimento delle indulgenze e privilegi conces- si dai Papi; altri quattro notturni oratoiii sono stati istituiti dal car- dinale Leonardo Antonelli, che li associò a quello del p. Caravita, nel I7g5, sotto la direzione del pio e benemerito sacerdote Giuseppe Mar- coni, ai Monti, a piazza Barberini nella chiesa degli scozzesi, in Traste- vere, e a Pupetta, poi trasferito in s. Maria della Pace. Il sacerdote con- te Fioravanti , morto vescovo di Rieti, istituì 1' oratorio notturno di s. Angelo ai corridori nella Città Leonina ; il canonico Cardoni par- roco di s. Angelo in Pescarla, mor- to in Corsica deportato dai fran- cesi, aprì un oratorio in s. Maria in Viucis, poi trasferito in s. Omo- bono, per non dire di altri oratorii notturni. Di questi, incominciando dalla pia istituzione notturna dell' 0- spizio di s. Galla, parla il Costanzi, L' Osservatore di Roma t. I, p. 208 e seg., come delle pie opere e pre-

ORA diche che vi si praticano con mol- to vantaggio spirituale. Il p. Pietro Caravita o Gravita, succeduto al p. Promontorio altro gesuita, a cui si deve nel 1606 la primaria origine dell'oratorio della ss. Comunione generale detto del p. Caravita, come propagatore insigne di utile ope- ra pia, è meritamente stimato il padre di tutti gli oratorii notturni di Pvoma, e moltissimi di essa e di altre città e luoghi vi furono ag- gregati.

L'oratorio privalo 0 cappella do- mestica nelle abitazioni, s' intende quello che serve all' uso di qualche casa particolare, e che non ha al- cuna porta sulla strada pubblica, ossia 1' ingresso indifferentemente permesso a tutti. Gli oratorii pti- "vati furono in uso anche ne* tempi antichi ; essendo tradizione costante che s. Pietro abbia celebrato in ca- sa di Pudenle senatore romano, co- me ci assicura anche il Baronie JNei primi anni del IV secolo, s. Saturnino ad onta del divieto di Diocleziano, celebrò in casa di Ot- tavio e lo afferma Ruinart; ed il I.ambertini, poi Benedetto XIV , Della s. Messa sez. I, cap. I, affer- ma che s. Ambrogio dopo la me- tà del IV secolo, essendo in Pioma, fu invitato da una nobile matrona che abitava in Trastevere a dir messa nella di lei casa ; e nel sagra- mentario gallicano pubblicato dal Mabillon nel Mia. Ital. t. I, p. 364, vi è l'orazione da dirsi nella messa che celebravasi in domo atjuslibet. 11 \escovo di Siracusa non volle rice- vere l'oblazione d'un veneziano, permettere che si celebrasse mes- sa nella di lui casa; ma s. Grego- rio I con l' episi. 43, lib. 5, l'e- sortò a ricevere l'oblazione, a la- sciare che si dica la messa, anzi di

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andarvi egli stesso a celebrarla in segno di riconciliazione. Dal mede- simo Muratori, dissert. 56, abbia- mo che gl'imperatori, i re ed altri minori principi edificarono nel pro- prio palazzo, oratorio o cappella o- ve i loro cappellani salmeggiavano giorno e notte, e tale uso lo crede incominciato da Luitprando re dei longobardi , e dai re di Francia della prima stirpe lo reputa il To- mass'mi introdotto: ciò fu fitto af- finchè i principi più comodamente assistessero al culto divino e alle ore canoniche con tutta la fami- glia. A Palatino si è citato quan- to riguarda la cappella palatina di alcuni sovrani. Essendo nati degli a- busi in questi oratorii privati, con farvi quelle funzioni che debbono ce- lebrarsi in chiesa, i concilii ed i Papi emanarono provvidenze. Il concilio di Agde del 5o6 decretò potersi permettere gli oratorii privati per quelli che sono lontani dalle par- rocchie, per comodo delle loro fa- miglie; ma ne' giorni solenni coman- dò doversi portare in città o assi- stere ai divini uflizi alla parrocchia, cioè nella Pasqua, Natale, Epifania, Pentecoste, s. Giovanni Battista ed altre feste grandi. Dispose pure che gli ecclesiastici i quali in detti gior- ni ardiranno celebrare le messe ne- gli oratorii, senza la permissione del vescovo, sarannoscomunicati.il con- cilio di Costantinopoli del 680 in Trullo proibì di battezzare negli oratorii domestici, di celebrare la liturgia senza la licenza del ve- scovo. 11 ven. Beda nel lib. 6, cap. 9 della Storia si lamenta che al suo tempo i magnati non andavano al- la chiesa, che per pregare e sentir la predica, finita la quale partiva- no, mentre ascoltavano la messa ne' loro oratorii privati. Sugli abu-

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si degli oratorii privati, nel secolo JX si querelò il santo arcivescovo di Lione Agobardo, presso il To- massini, par. I, cap. 95, n. \i, Discipl. Il concilio di Salisburgo nel i 4^0 proibì di celebrare nelle cap- pelle private, senza che i cappella- ni si sieno sommessi all' arcidiaco- no. Lo slesso Lambertini aggiunge ih' è regola canonica non doversi celebrare la messa che nelle chiese eonsecrate o ne' luoghi ne' quali il vescovo permette che si celebri ; e giusta la corrente disciplina, nelle chiese consacrate o benedette dal vescovo, o con di lui permissione benedette da un sacerdote, o per privilegio negli ora tori i privati o nelle cappelle domestiche. Il conci- lio di Trento levò ai vescovi ed ordinari la facoltà che aveano di poter concedere agli altri nella loro diocesi l' oratorio privato in casa, per celebrare in esso le messe, re- stando però illeso il privilegio dei vescovi di poter avere nelle loro abitazioni l'oratorio privato e di po- tere in esso celebrare e far celebrare la messa, cioè l'uso dell'altare porta- tile o pietra consagrata: egual privi- legio lasciò intatto ai cardinali quan- tunque non sieno vescovi. Di qualche restrizione comandata da Clemente XI sugli altari portatili, onde eli- minarne i molti abusi e delle suc- cessive dichiarazioni d' Innocenzo XIII e Benedetto XIII, riguardo ai vescovi cardinali, si parlò ad Al- tare portatile, cioè se ne permise 1' uso solo nelle loro abitazioni sla- bili, o lemporauee o d' alloggio. Lo stesso concilio di Trento dero- gò al privilegio che di tale altare aveano i regolari, abolendolo per gì' insorti abusi. Al solo Pontefice fu riservato accordare questo, am- pliarlo a chi ha l'uso, e conce-

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dere il permesso di celebrare negli oratorii privati o cappelle domesti- che, al modo detto a Cappella. Dallo slesso Lambertini si narra che il Papa accorda agli oratorii privali la facoltà di celebrare la messa, eccettuati però alcuni giorni e particolarmente quelli di Pasqua, Pentecoste e Natale; ma a cagione di malattia, acciò gl'infermi che non possono uscir di casa non re- stino senza messa ne' giorni più so- lenni, si permette dal Papa ad essi di sentir la messa anco in quel giorno nell'oratorio privato e tre nel Natale. Le pontificie concessioni poi prescrivono da chi si può sod- disfare al precetto in ascoltare la messa negli oratorii privati , sie- no parenti, amici o persone di ser- vigio. Ai missionari apostolici i Papi concessero gli altari portatili con maggiori o meno eslese facoltà, secondo i luoghi e le circostanze. A Cappella pure dicemmo come debbono erigersi gli oratorii e co- me debbono essere forniti. De'suoi requisiti canonici si può vedere il Ferraris in Bibliolh.t verbo Oralo- riunì n. 6. Il luogo dove si vuole erigere un oratorio , deve essere chiuso almeno da tre lati, decente- mente adorno e ben fornito di tut- te le suppellettili necessarie al sa- grifizio della messa, non che libero e segregato da tutti gli usi dome- stici ; oude sopra di esso non deve ritenersi alcun letto ad dormien- dum o altre cose profane. Vedasi il Sarnelli, Leti. eccl. t. IV, leti. 45: Della celebrazione negli oratorii pri- vati, in cui dichiara e spiega il de- creto di Clemente XI parlare delle case de' laici e degli oratorii privati in esse conceduti per indulto apo- stolico, ne'quali eransi introdotti a- busi per parte de' vescovi e de' re-

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golari privilegiati ; e che le cappel- le degli episcopii non sono compre- si- sotto i decreti degli oratorii pri- vati, tua godono il privilegio degli oratorii pubblici, come quelli dei cardinali. Di questi parlai a Palaz- zi di Roma, e il cardinal de Luca ne discorre nel Cardinale pratico p. i52, dicendo che non solo vi soddisfano il precetto della messa i famigliari, ma anche quelli che non lo sono; che vi si può cele- brare un' ora avanti o dopo della permessa, e generalmente vi si può fare quanto è permesso nelle cap- pelle de'vescovi.

ORATORIO, Cowgregaziose. V. Filippini.

OPiATOPiIO, Co>GREGAZION'E DI

Francia o di Gesù Cristo. L'isti- tuì Pietro Berulli (F'edi) parigino, per consiglio di molte persone di- stinte pel loro rango e pietà, fra le quali s. Francesco di Sales, il ven. Cesare de Bus, il p. Coton gesuita, ed il cardinal de Retz o Gondi suo vescovo, per formare de- gli ecclesiastici ben penetrati dallo spirito del loro stato, ed in memo- ria delle orazioni fatte da Gesù Cristo, mentre si degnò di vivere tra gli uomini vestito di carne u- mana, onde poi i membri della congregazione iu ispecial modo o- norarono 1' infanzia, vita e morte del medesimo, ed anco della santis- sima sua Madre. Formò questa con- gregazione di preti secolari, che fu- rono detti oratoria/iì, sciolti da o- gni voto, ma viventi in comunità, con praticare nelle loro case tutte le funzioni solite farsi dai regolari. Le diede principio nel 1611 agli 1 1 novembre in Parigi, nel sobbor- go di s. Giacomo, e Paolo V l'ap- provò ad istanza di Maria de Me- dici regina di Francia, con la co-

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stituzione Sacrosanctae romanae ec- clesiae, de' 10 maggio 16 13, Bull. Rom. t. V, par. IV, p. 294 ; e gb' as- segnò per preposito generale Io stes- so fondatore. Intese egli di stabili- re con questa congregazione una società di ecclesiastici, che ritenen- do 1' uso de' loro beni, praticassero la povertà e facessero professione di attendere ai sacri ministeri, sen- za imbarazzarsi in alcun benefizio o impiego presso i prelati della Chie- sa, a' quali raccomandò loro di sta- re uniti a tenore dell'obbedienza promessa ai medesimi quando fu- rono ordinati. Decretò che in que- sta congregazione vi fossero due sor- ta di persone, le une come incor- porate, le altre come solamente ag- gregate, e che tra le prime si eleg- gesse il generale, impiegandosi le aggregate per un tempo determina- to nella vita e costume degli ec- clesiastici. A questi volle che si ap- plicassero seriamente, onde ordinò che non s'insegnassero le uma- ne lettere, la teologia, benché poi si derogò a tal prescrizione. INon stabilì alcuna regola, volendo che il generale governasse la congrega- zione secondo la sua prudenza, a- vendo riguardo ai tempi e alle per- sone. Benché il p. Berulle per la sua umiltà si nascondesse, fu impie- galo in affari importantissimi, e nel 1627 creato cardinale da Urbano Vili, che lo dispensò dal voto fat- to di non accettare alcuna dignità, Non rallentò egli puuto i suoi or- dinari esercizi di pietà, e santamen- te morì a' 2 ottobre 1629. Furo- no fondale in Francia e nei Paesi Bassi molte case di questa congre- gazione, Che poi stese delle regole nelle quali i di lei alunni dichiara- vano di non essere religiosi, ma sol- tanto preti congregati, soggetti ini*

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mediatamente ai vescovi de' lunghi ov'erasi la congregazione stabilita, e eh' eglino erauo uell' ordine della gerarchia ecclesiastica, adempiendo quanto loro veniva imposto dai cu- rati, come cappellani delle loro par- rocchie.

Questa congregazione sul prin- cipio si conformò in molte cose al- la congregazione dell'oratorio fon- data in Roma da s. Filippo e per- ciò detta òe Filippini [Vedi); e fin- ché visse il cardinal Betulle fu con- siderato più padre che superiore, si pensò a compilare alcun re- golamento, riguardandosi come pa- drone e oracolo della comunità. Dopo la morte dell' istitutore, la congregazione prese una nuova for- ma di governo, poiché nel i a- gosto i63i radunatesi dal p. Con- dren di lui successore tutte le case in quella della strada s. Onorato in Parigi, madie delle altre, con- vennero tutti nel sentimento di non essere obbligati ad alcuna sorte di voti ; che la suprema autorità ap- partenesse alla congregazione legal- mente adunata, e che il p. generale ch'era perpetuo, dovesse uniformarsi in ogni cosa alla pluralità de' voti, non valendo il suo che per due. Fu limitata ancora la di lui auto- rità temporale sui beni della con- gregazione, e gli furono dati tre as- sistenti colle facoltà bensì di accre- scerne il numero al bisogno, e che questi avessero con lui il voto de- cisivo nelle deliberazioni delle cose temporali, dovendosi ogni anno pre- sentare i conti al visitatore. Statui- rono eziandio che quelli i quali avessero potuto farlo, pagassero al- cune pensioni senza aver alcun ri- guardo ai servigi che prestavano ; e che ninno fosse ammesso nella congregazione, se non avea un ti-

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tolo per essere ordinato. In un'al- tra assemblea generale gli oratoria* ni dichiararono che la congregazio- ne non formasse corpo, e che per- ciò fosse libero ad ognuno l'uscirne sempre a piacele. Siccome fino dal principio questo istituto puramente ecclesiastico o sacerdotale, si vide pieno di giovani, il p. Berulle sti- mò bene di prender de' collegi per esercitarli in qualche impiego, laon- de una gran parte di loro case con- sisté in collegi ; ebbero pure molte parrocchie unite alle case, ed alcu- ne con ricche rendite. Scopo della congregazione fu pure l' istruire nei seminari, di predicare, far mis- sioni, di confessare e di attendere generalmente a tutte le funzioni del sacerdozio sotto l'obbedienza de' ve- scovi. Benché gì' individui non fa- cevano voti, erano però obbligali sotto pena di peccato di seguire gli statuti che si facevano nelle assem- blee generali ogni tre anni : essi vestivano con abito nero proprio dei sacerdoti. L'istituto formò fino alle ultime vicende politiche del secolo passato, da ottanta case distribuite in tre classi, ciascuna delle quali teneva un visitatore, e tutte e tre un capo col titolo di preposito ge- nerale. Si distinsero in esso i pp. Condren e Bourgoing che tennero 1' uffizio del generalato dopo il fon- datore, di gran pietà e autori di opere. Il p. Gio. Battista Gault, ze- lante vescovo di Marsiglia. 11 p. le Jeune si consacrò alle missioni e lasciò per tutta la Francia lumi- nose tracce de' successi di sue apo- stoliche fatiche : si hanno di lui molte opere e sermoni. Il p. Olier che fondò in Parigi il celebre se- minario di s. Sulpizio, era stato di- scepolo del p. Condren. L' ora to- nano p. Eude, imitatore dello spi-

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rito del cardinale Berulle e del suc- cessore, istituì la congregazione de- gli Eudisli e della Madonna della Carila: è autore di alcune opere di pietà, e morì a Caen li 19 ago- sto 1680. Il p. Bernardo detto il povero prete, mori iti odore di san- tità ed insti tuì in Parigi il semina- no de' trentatre. Tra i dotti orato- riani i più rinomati sono i pp. Malebranche, Morino e Tornassi no, come rilevasi dalle loro opere. Ve- dasi il p. da Latera, Storia degli ordini par. 3, p. 198; Bergier al- l' articolo Oratorio ; ed il p. Bo- nanni, Catalogo degli ordini par. I ,

P- 46.

ORAZIONE. J^. Preghiera, Mes- sa, Uffizio divino, Genuflessione.

ORAZIONE Domenicale. V. Pa- ter NOSTER.

ORAZIONE per l'elezione dei Pontefici, ed Orazione funebre pei Papi. Antichissimo è il lodevole co- stume di pronunziare da due va- lenti oratori in idioma latino 1' o- razione o elogio funebre pel defun- to Pontefice, onde celebrare le sue virtù e fasti del pontificato ; e l'o- razione per l'elezione del nuovo Papa in cui si suole rammentare agli elettori la gravità del negozio e 1' espettazione universale, le sin- golari ed eccellenti virtuose qualità che sono necessarie a chi deve ele- varsi alla cattedra apostolica, e per- ciò che debbono mirare nella scelta del soggetto la sola gloria di Dio e 1' utilità della Chiesa universale, onde dare ad essa un degno pa- store ed un provvido principe allo stato. Ambedue le orazioni si so- gliono pubblicare in Roma con la stampa ; cosi quelle che si fanno in gran numero in diverse parti del mondo nei funerali de' Papi che gli celebrano le diverse chiese, e

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quelle nella esaltazione del nuovo Pontefice; molte di queste partico- lari orazioni alle rispettive biogra- fie le accenniamo, e meglio il No- vaes nelle sue Vite, e con più dif- fusione il Cancellieri ne' Possessi. Nelle traslazioni de' cadaveri dei Papi eziandio si pronunziarono o- razioni funebri, come pure talvolta pei loro anniversari. Nella prima congregazione generale che i cardi- nali tengono dopo la morte del Papa, come dissi nel voi. XVI, p. 292 del Dizionario, dai medesimi per voti si deputano due dotti per- sonaggi, ordinariamente prelati o ve- scovi, uno per l'orazione in funere ed elogio del Pontefice defunto, qualora non vi sia il suo cardinale nipote cui spetta nominarlo, 1' altro per l'orazione de eligendo sununo Ponti/ice, cioè per la ottima scelta del futuro Papa. A tal uopo già i cardinali con ischedula sono preve- nuti che debbono procedere alla nomina di due oratori con queste parole. Dcputantur duo viri erudi- ti, quorum prirnus prò oratione lui- benda in tandem defuncli Pontifi- cia; seeundus pio sermone in mis- sa Spirilus Sancii de eligendo sum- mo Ponlifìce. Queste orazioni si re- citano o leggono dai destinati nella cappella del coro della basilica Va- ticana ne Funerali (Vedi), Novendia- li [Vedi) che i cardinali e tutti quelli che hanno luogo nelle cappelle pon- tificie fanno al Papa morto, cioè la funebre dopo la nona messa no- vendiale, e quella dell' elezione nel d'i seguente dopo la messa dello Spi- rito Sauto, che celebrasi onde in- vocare i lumi del divino Spirito per l' elezione di un degno successore del principe degli apostoli; se l'o- ratore è vescovo è vestito di roc- chetto, amittOj piviale nero nelle

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orazioni funebri, e in quelle per l'e- lezione rosso, e mitra semplice bian- ca di tela; se semplice prelato in rocchetto, cappa e berretta ; se è prete semplice sul rocchetto se ne ha l'uso, o sulla sottana veste la cap- pa prelatizia in un alla berretta. L'oratore del sermone de eligendo riceve cento scudi dalla camera a- postolica. Di tutto parlammo nel voi. Vili, p. ig4 del Dizionario ed altrove, come a Conclave ed Elezione de' Pontefici. Anticamente, come si ha dall'Ordine romano XV, presso Mabillon, Mus. hai. t. II, cap. 14.6, si facevano le orazioni funebri ogni giorno dopo la messa da quel cardinale che l' avea ce- lebrata, e dopo la nona il cardina- le oltre il discorso di elogio del Papa defunto, faceva ancora il ser- mone sulla sollecita e santa elezio- ne del successore, qualora i cardi- nali non avessero commesso la com- pilazione e recita di tali orazioni ad alcun prelato o maestro di teo- logia. Il Novaes nel t. I delle Dis~ sert. alle vite de' Pontefici a p. 2 5o ci l' Appendice I: degli oratori dell'esequie de' Pontefici ; ed a p. 272 V Appendice II: Biblioteca dei conclavi e delle orazioni per 1' ele- zione de' Pontefici. Ne faremo P e- stratto, senza riportare le edizioni e titoli delle orazioni per brevità, essendo state stampate a parte o con altre opere, unendoci qualche analoga erudizione ricavata dalle Vite de Pontefici dello stesso auto- re e da altri, con aggiungervi ezian- dio quelle pei Papi del secolo cor- rente. Monsignor Galletti nella let- tera a Federici, premessa all'Ornilo funebris prò Julio II, Rotuae 1777, produsse un catalogo degli oratori che nelle pontifìcie esequie noven- diali fecero le orazioni funebri, ed

ORA il Novaes ne profittò ampliandolo di molto e formandolo con miglior ordine. Molte orazioni funebri dei Papi si trovano nella raccolta : Ora- tiones clavorum hominum, Venezia e Padova 1 55g, Colonia i56o , Parigi 1377, Hanau 161 3.

Delle orazioni funebri degli an tichi, di quelle che si fanno per al tri sovrani e personaggi, e di quel le ch'ebbero luogo per le elezion di altri principi e dignitari, o su periori regolari, ne parliamo a' lo ro luoghi: nel 1723 in Torino ven ne stampato, Degli elogi funerali ra- gionamento ; nel i843 in Parigi si pubblicarono: Oraisons funebre s de Bossuet, Flechier, Massillon, Ma- scaron, Bourdaloue, et Laure. L'e- logio funebre ha un doppio ogget- to, quello cioè di proporre all'am- mirazione, alla riconosceuza, alla emulazione, o almeno alla imita- zione, le virtù e i talenti di colo- ro che si distinsero ne'primi ordini della società, e al tempo stesso di fare intendere agli uomini di qua- lunque grado e condizione la nul- lità delle grandezze mondane, nel momento in cui l'uomo passa al- l'altra vita. Laus defunclorwn, t>i- ventium exhortatio est. Polibio lodò ed enumerò l'utilità di tali orazio- ni con espressioni degne di lui ; i due Pontani fra' moderni ne enco- miarono l'istituzione. L'uso delle orazioni funebri è assai antichissi- mo, e sembra incominciato dagli egizi, nel che erano assai severi, poiché vollero che il gran sacerdo- te prima delle esequie de'loro so- vrani, esponesse in pubblico le azio- ni del defunto, virtuose che vi- ziose, e se le prime superavano le seconde gli facevano il solenne fu- nerale, altrimenti ne lasciavano in- sepolto il cadavere inonorato. Tra i

O II A greci uno de'più prossimi congiunti del morto pronunziava l'orazione funebre : alcuni pretendono che So- lone fosse l'introduttore di questo costume tra' greci ; e Pericle recitò l'elogio funebre de'guerrieri periti nel combattimento delle Termopi- li. Presso i romani, Proculo in Ro- ma pel primo disse le lodi del de- funto Romolo in pubblico, promo- vendone a più potere la deificazio- ne, e l'ottenne. Poscia Valerio Pu- blicola disse le lodi presente il ca- davere del collega Giunio Bruto, ucciso nella guerra contro gli etru- schi; da quell'epoca si continuò in Roma a rendere questo tributo di lodi a tutti i grandi uomini roma- ni, ordinariamente da un parente, che salito in ringhiera, dolente e con voce melanconica e sommessa pronunziava il laudario funebris del defunto, rammentando le sue azio- ni più memorabili e gloriose. Indi in Roma si rese questo ufficio ono- revole anche alle donne, in ricom- pensa degli offerti gioielli per con- tribuire alla somma ch'esigevano i galli, per ordine del senato; e Pa- piria fu la prima che godette di quel privilegio. In Italia poscia si perpetuò l'uso delle orazioni ed elo- gi funebri, ed anche ne'bassi tempi, e col rinascimento delle lettere ri- nata l'eloquenza s'ingentilirono que- ste lodi ; per non dire di altri, si vuole che la prima orazione fune- bre recitata da' francesi nelle loro chiese, fu quella pronunziata nell'ab- bazia di s. Dionigio pel contestabi- le du Guesclin, al quale Carlo VI fece rinnovare i funerali nel i38f), ed il vescovo d'Auxerre celebrante sul pulpito ne disse le lodi.

Morto Clemente VI nel 1 352 in Avignone, l'encomiò con dodici ora- zioni funebri, s. Pietro Tommaso

VOL. XLIX.

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aquitano carmelitano. Ne' funerali di Urbano VI nel i38g e di Bo- nifacio IX nel i4°4 furono pro- nunziate nove orazioni funebri in tutti i giorni de'novendiali. Nell'ese- quie di Eugenio IV nel 1 447 l'udi- tore di rota Malatesta ne lodò la vita, e il cardinal Parentucelli n'en- comiò la morte; il primo dichiarò qual fu Eugenio IV, il secondo in- sinuò qual successore si dovea dar- gli, e fu lui col nome di Nicolò V; cioè uno disse l' orazione funebre, l'altro quella per l'ottima elezione. Abbiamo anche V O ratio ad cardi- nalem prò electione Pontifice post morleni Eugeuii IV, di Poggi : no- teremo che un Carlo Poggio fu se- gretario di tal Papa; Poggio Brac- ciolini esercitò l'uffizio di segretario apostolico con Bonifacio IX, Innocenzo VII, Gregorio XII, Alessandro V, Giovanni XX III, Martino V, Eugenio

IV e Nicolò V. Ne'funerali di Nicolò

V fecero l'orazione funebre, nel pri- mo giorno Nicolò Palmerio agosti- niano vescovo di Catanzaro e poi d'Orte, ed in altro giorno Giacomo di Portogallo vescovo d'Arras poi cardinale. In quelli di Calisto III pronunziò l'orazione funebre Gian- nantonio Campano poi vescovo di Cortona e di Teramo. Nell'esequie di Pio II il medesimo vescovo Cam- pano fece l' orazione funebre forse in Siena, poiché in quelle celebrate in Ancona ove mori, la recitò tra i due ultimi cardinali diaconi Cri- stoforo Moro doge di Venezia : si ha pure di Domenico de Dominicis veneto vescovo di Brescia, Oralio habita in funere D. Papae Pii II, forse negli altri funerali che i car- dinali gli celebrarono in s. Pietro. 11 cardinal Ammannati detto di Pa- via, fece l'orazione ai cardinali per l'elezione del successore, in cuisplen-

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5o ORA

didamente encomiò il defunto. Nei funerali di Paolo II disse l'orazione funebre Fraucesco insigne teologo spagnuolo, ambasciatore del re di Spagna; e Francesco de Ubertis, ce- lebre poeta cesenate, Epistola prò eligendo suinmo Ponti fice. Nell'ese- quie di Sisto IV fece l'orazione fu- nebre Ambrogio Coriolano, famoso teologo romano, generale degli ago- stiniani e penitenziere del defunto; ancbe Guglielmo de la Perriere udi- tore di rota, francese, compose V O ra- tio in funere Sixti IV, recitata nel nono giorno per la ottima elezione, in un all' Oratio de electione futuri Ponlificis. Ne' funerali d'Innocenzo Vili fu lodato con orazione di Leo- nello Clieregato nobile vicentino ve- scovo di Concordia, Oratio in fu- nere Innocenlii Vili P. R. ad S. R. E. cardinales , Romae 1492 ; e Bernardino Carvajal vescovo di Foligno poi cardinale fece V Oratio ad cardinales de eligendo Pontifice Innocentio Fili demortuo , ìiabi- ta in basilica s. Petti, Romae 1 492- Ambedue le orazioni furono pubbli- cate impresse separatamente colla stampa. Nell'esequie di Pio II pro- nunziò l'orazione funebre Domeni- co Crispi. In quelle di Giulio II, Tommaso Fedro Inghirami di Vol- terra, canonico vaticano, custode della biblioteca vaticana, e segreta- rio del sacro collegio: per l'elezio- ne del successore, recitò l'orazione Pietro de Flores spagnuolo, poi ve- scovo di Castellamare e di Gaeta. Ne* funerali di Leone X non si tro- va chi n' abbia fatto ne' novendiali l'elogio funebre; molte ve ne sono pronunziate ne\Y Università romana (Vedi), per l'anniversario di sua morte, che tuttora hanno luogo qual ristoratore della medesima. Per l'esequie di Adriano VI recitò l'ora-

ORA zione funebre il suo famigliare Cor- rado Vecerra patriarca gerosolimi- tano, nipote del suddetto Carvajal: di questo si ha Coinitium electionis Hadriani VI. Nei funerali di Cle- mente VII fece l'orazione funebre Lorenzo Grana canonico vaticano, vescovo di Segni, celebre oratore ro- mano. In quelli di Paolo III ele- gantissima ne pronunziò Romolo Amasei oriundo da Bologna, nato in Udine, già maestro del di lui nipote cardinal Alessandro, poi se- gretario di Giulio III. Essendo sta- to differito per morte di Paolo III l'ingresso de' cardinali in conclave, nella mattina di esso 29 novembre i549, Giovanni Beroaldo palermi- tano eruditissimo e vescovo di Telese fece 1' Oratio de eligendo, come ri- porta 1' Ughelli. Di Antonio Tabo si ha l' Oratio in crealione Julius III; più Orazione nella creazione di Marcello II ; altra nella mor- ie di esso, e sermone fatto per f in- gresso in conclave del collegio dei cardinali. Però nell'esequie gli re* citò l'orazione funebre Giulio Pog- giani di Novara, di rara letteratura, poi segretario delle lettere latine di Pio IV e di s. Pio V. Uberto Fogliet- ta dotto genovese, celebre istorico patrio, fece l' Oratio in comiliis Pon- lificis demortuo Marcello II. Pei funerali di Paolo IV, recitò l'ora- zione funebre Giampaolo Flavio abruzzese; e quella de eligendo Giu- lio Poggiani mentovalo. Ne' no- vendiali di Pio IV s'ignora chi lo lodasse; per quelli di s. Pio V fe- ce l'orazione funebre IVIarc'Antonio Mureto sacerdote, e professore del- l'università romana, eccellente scrit- tore francese, ed altra ne recitò in s. Maria Maggiore, quando Sisto V vi trasferì il corpo, il prelato ro- mauo Autuuio Boccapadule., poi se-

ORA ORA 5i gielario di Gregorio XI 1 1 e Gre- ilei medesimo, e di Gregorio XIV gorio XIV. Questi disse pure l'Ora- e di Paolo V. Pei novendiali di tio de summo Ponti/ice creando ha- Leone XI ne celebrò le gesta il bita in s. Pelri die 11 maii 1072. sunnominato Ugoni, mentre l'orazio- Nell' esequie di Gregorio XIII, che ne prò eligendo la pronunziò Ales- per essere cadute nella settimana Sandro Burgi modenese, giù segrc- santa non oltrepassarono il quinto tario del sacro collegio, vescovo di giorno de' novendiali, il gesuita Ste- Borgo s. Sepolcro. Nelle esequie di fano Tucci messinese insigne oralo- Paolo V recitò l'orazione funebre re, pronunziò l'elogio funebre : l'ai- Gaspare Palloni romano canonica tro gesuita Orazio Tursellini 10- di s. Pietro e di lui segretaria ; mano ne recitò altro ne'funerali fat- pel suo trasporto in s. Maria Mag- ti nel collegio romano, che per es- giore la disse Lelio Guidiccioni luc- serne stato il fondatore proseguirò- chese canonico della stessa basilica : no i gesuiti a fargli un'orazione di l'orazione per surrogargli un degno lodi nell'apertura delle scuole, mol- successore la pronunziò l'eloquente te delle quali si vedono stampatej Agostino Mascardi di Sarzana poi e tuttora dura si lodevole coslu- cattedratico nella romana universi- manza. Pei funerali di Sisto V re- tà. Pei funerali di Gregorio XV citò l'orazione funebre Baldo Ca- fece l'orazione funebre il celebre taneo; Lelio Pellegrini di Sonniuo Famiano Strada gesuita romano; professore dell' università romana quella de eligendo il suo segretario pronunziò quella pel trasporto del- de'brevi a' principi e canonico va- le sue ceneri, e alla presenza di ticauo Giovanni Cia napoli fiorenti- trentanove cardinali, in s. Maria no. Per l'esequie di Urbano Vili Maggiore. Nelle esequie di Urbano disse l'orazione funebre Felice Can- VII fece l'orazione funebre Poni- telori di Cesi, prefètto dell'archivio peo Ugoni romano beneficiato va- apostolico, e quella dell'elezione Ja- ticano, e professore dell'università copo Accarisio bologuese vescovo di romana; quella ad ampli ssi mas S. Viesti. Innocenzo X fu lodato dal R. E. cardinales cani subrogandi conte Ubaldiui segretario del con- Ponlificis causa conclave ingressuri clave, pronunziando V Oraiio de sub- essenl, la recitò il suddetto Calaneo. rogando su/nino Ponlifice, Jacopo Pei novendiali di Gregorio XIV Rospigliosi poi nipote di Clemente disse l'orazione funebre Vincenzo IX che lo creò cardinale. Ne'no- Blas Garzia, famoso rettorico spa- vendiali di Alessandro VII disse l'o- gnuolo; per l'elezione del successo- razione funebre Agostino Favoriti re la pronunziò Girolamo Ragazzo- di Sarzana canonico Liberiano, suo ni veneto vescovo di Bergamo. Per segretario e poi di Clemente IX, l'esequie d'Innocenzo IX fece l'ora- Clemente X, Innocenzo XI, e del zioue funebre il p. Benedetto Giù- sacro collegio; quella dell'elezione stiniani celebre gesuita genovese; indi Stefano Gradi raguseo custode dei- quella de eligendo Antonio Guidi ve- la libreria Vaticana. Neil' esequie scovo di Trau. Per l'eccellente eie- Clemeule IX fu encomiato dal Fa- zione del successore di Clemente voliti ; l' orazione de eligendo la Vili, recitò l'orazione Marcello Ve- disse Antonio Malagonelli detto A ma- stri segretario de'brevi ai principi dori fiorentino. Pei funerali di Cle-

5a ORA.

mente X ne esaltò le azioni il Ma- lagonelli, indi per quelli d'Innocen- zo XI l'orazione funebre la recitò il celebre Eramanuele Scbelstrate d'Anversa canonico Lateranense poi tli s. Pietro, e custode della biblio- teca Vaticana, mentre quella per l' elezione la pronunziò Luigi Ser- gardi nobile sauese. Questi fatto ca- nonico di s. Pietro e uditore del cardinal Ottoboni nipote d'Alessan- dro Vili, per sua morte disse l'o- razione funebre, e quella per In- nocenzo XII Nicolò Fortiguerra poi segretario della Congregazione di propaganda (Fedi); l'orazione de eligendo nel 1700 la disse Girola- mo Ventimiglia vescovo di Lipari. Per l'esequie di Clemente XI fece 1' orazione Gianviucenzo Luccbesini luccbese canonico di s. Pietro, di lui segretario delle lettere latine, poi de'brevi a'principi, e fu la prima a pubblicarsi ne' Diari di Roma, n. 583 : per l'elezione d'un eccellente successore la pronunziò Camillo de Mari teatino, nobile genovese, ve- scovo d'Aleria. Nei novendiali d'In- nocenzo XIII recitò l'orazione fu- nebre l'aio del di lui nipote Gia- como Lanfredini poi cardinale, ed ancora quella de eligendo per Be- nedetto XIII, al dire del Novaes nelle sue Dissertazioni. Ma egli stes- so nella vita di tal Pontefice rife- risce cbe la pronunziò il prelato veronese Francesco Bianchini, il qua- le nella congregazione de'cardinali per la scelta dell'oratore per l'ora- zione de eligendo, per acclamazio- ne e senza il solito bussolo fu da essi eletto in concorso di monsignor Braschi, poi Pio VI : ciò conferma- no i Diari di Roma n. io52. Al Papa Benedetto XIII fece nell'ese- quie l'elogio Tommaso Ricchini do- menicano di Cremona, segretario

ORA dell'indice, poi maestro del s. pa- lazzo ; quando poi il corpo fu tras- portato in s. Maiia sopra Minerva, la disse prima in s. Pietro, ove ce- lebraronsi altre esequie, Giuseppe Simone Assemani maronita, canoni- co di s. Pietro, custode della biblio- teca Vaticana, e nella chiesa dove fu trasferito, ne' funerali la recitò Venanzio Filippo Piersanti maestro delle cerimonie pontificie e cappel- lano segreto di Clemente XI l. Per morte di Benedetto XIII il detto Lanfredini ne recitò l'orazione de eligendo. Per l'esequie di Clemente XII pronunziò l' orazione funebre Enea Silvio Piccolomini segretario delle lettere latine poi cardinale, e quella per l'elezione il lodato As- semani. Benedetto XIV ne'noven- diali (durati otto giorni a cagione della Pentecoste) venne encomiato da Tommaso Antonio Emaldi da Lugo canonico Lateranense e di lui segretario delle lettere latine, indi de'brevi ai principi con Cle- mente XIII. A questi nell'esequie disse l'orazione funebre Benedetto Stay raguseo di lui segretario delle lettere latine, poi de'brevi ai prin- cipi di Clemente XIV e Pio VI, e canonico di s. Maria Maggiore, mentre per la sua elezione l'avea recitata Gio. Battista Bartoli vene- to arcivescovo di Nazianzo ; e Ste» fano Evodio Assemani arcivescovo d'Apamea pronunziò quella de eli- gendo per l'esaltazione di Clemen- te XIV, il quale fu poi lodato nei funerali da Filippo Bonamici luc- chese di lui segretario delle lettere latine : per l'ottima scelta del suc- cessore a Clemente XIV, disse l'ora- zione il memorato prelato Stay. Nel- le esequie di Pio VI celebrate a Venezia nella patriarcale basilica di s. Pietro in Castello uel 1799, re-

ORA

citò l'orazione funebre Cesare Bran- cadoro arcivescovo di Nisibi e se- gretario di propaganda poi cardinale : trasportato il corpo da Valenza di Francia ove mori, a Roma nel 1802, ne pronunziò altra in s. Pietro Gioa- chino Tosi segretario delle lettere latine di Pio VII, poi vescovo d'Ana- gni, ne' funerali celebrati dal detto successore con raro esempio prae- sente cadavere. In Venezia ove fu celebrato il conclave per l'elezione di Pio VII5 disse Y Or alio de eli- gendo sumino Ponlifi.ce , Veuetiis 1799, Antonio M. Gardini vescovo di Crema. Nei novendiali di Pio VII, pronunziò l'orazione funebre monsignor Daulo Augusto Foscolo veneto arcivescovo di Corfù, ora pa- triarca di Alessandria; poscia quel- la de eligendo il prelato Domenico Testa di s. Vito canonico di s. Ma- ria Maggiore, segretario de' brevi ai principi. Per l'esequie di Leone XII fece l'orazione monsignor Angelo Mai della diocesi di Bergamo, pri- mo custode della biblioteca Vaticana, ora cardinale, e recitò quella per l'ottimo successore il detto monsign. Testa. Nei funerali di Pio Vili dis- se l'orazione funebre monsignor Ca- millo di Pietro romano , al pre- sente arcivescovo di Berito, inter- nunzio straordinario e delegato apo- stolico di Lisbona ; il lodato mon- signor Mai pronunziò : De eligendo Pont. Max. sermo, Piomae 1 83 r typis Vaticanis. Ne' novendiali di Gregorio XVI gli recitò con bella facondia ed eloquenza 1' orazione funebre monsignor Gio. Battista Ro- sani vescovo di Eritrea della diocesi di Saluzzo presidente della pontificia accademia de'uobili ecclesiastici, nel» la quale rappresentò le preclarissi- ine virtù che adornarono l'animo di buon padre e sovrano. Mon-

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signor Luca Pacifici di Semionda segretario delle lettere latine del defunto (confermato dal Papa re- gnante) e canonico di s. Maria Mag- giore, pronunziò sull'importantissi- mo argomento la dotta ed elegan- tissima : De Pontifi.ee Maximo eli- gendo, oratio habila in basilica Va- ticana ad S. R. E. Cardinales XVI11 Kalendas auinliles an. MDCCCXLVI, Romae, ex typo- grapheo Salviuccio. Aggiungeremo che il lodato vescovo d'Eritrea, nei funebri onori che solennemente re- se alla grand' anima di Gregorio XVI l'accademia di religione catto- lica, recitò in di lui lode altra ora- zione, nella quale commendò pre- cipuamente i segnalati benefizi re- cati da quel Pontefice, dalla sua for- tezza e sapienza, alla santa Chiesa

ORB1BARIANI. Eretici derivati dai valdesi verso il 1 1 98, cosi det- ti forse dalla paiola Orbis, perchè scorrevano il mondo da vagabondi senza avere una dimora fissa. Ne- gavano la Trinità, la divinità di Gesù Cristo, il giudizio di Dio, la resurrezione de'corpi, e disprezzava- no l'uso di tutti i sagramenti. In- nocenzo III li condannò.

ORCISTO. Sede vescovile della seconda Galazia, nell'esarcato di Pon- to, sotto la metropoli di Pessinun- te, eretta nel V secolo. Ebbe per vescovi Donno che fu al concilio d' Efeso I, Longino intervenne a quel di Calcedonia, e Sergema a quello di Trullo. Oriens dir. t. I, p. 493.

ORDEONA o ORDONA, Ordeo- ninni. Città vescovile ora distrutta, nella provincia di Capitanata nella Puglia, lunge 6 miglia da Ascoli di Satriano, e 44 da Beneveuto, nel vicariato romano. Dalle sue ro- vine apparisce che fu grande, bel-

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la, nobile, opulenta. Per ragione feudale, qual masseria divenne pro- prietà del collegio romano de'ge- sui ti, con chiesa rurale di s. Leone vescovo d'Ordeona ne' primi secoli del cristianesimo. Il vescovato fu unito ad Ascoli di Satriano (P'edi), e ne trattano l'UghelIi, Italia sacra t. Vili, p. 225; ed il Sarnelli, Meni, de'vesc. di Benevento p. 129 e 23 r. ORDINARIO, Ordinarius. Que- gli che ha podestà e giurisdizione ordinaria nelle cose ecclesiastiche, proprius locìs epìscopus : ordinario è anche opposto di delegato, pro- prius. Significa eziandio l'arcivesco- vo, il vescovo o altro prelato, che ha giurisdizione ecclesiastica in un territorio, perchè vi è stabilito e giudica secondo il diritto comune ed ordinario. Chiamasi pure ordi- nario colui, il quale ha la collazio- ne d' un benefizio di diritto comu- ne; e chiamasi il sommo Pontefi- ce l' ordinario degli ordinari, dac- ché nel concilio di Laterano venne riconosciuto in lui il diritto della collazione, per anticipazione su tut- ti i collettori ordinari, di che me- glio si dice a Beneficio. Che ordi- ni furono dette le prebende canoni- cali, lo dichiara il Garampi nelle Memorie j rilevando che appellan- dosi ordini le prebende e canonie, il nome d'ordinario si attribuì ad ogni canonico. Ordinario è un ti- tolo che si ai canonici della me- tropolitana di Milano, ed il Sassi Jo dice derivato dall'ordinaria giu- risdizione ch'essi avevano di far in- sieme coll'arcivescovo ordini e sta- tuti, e di poter con lui definire le cause più gravi e sottoscrivere le sentenze; ma il Sorniani trovò tal nome anche in altre chiese, e lo crede nato dall'ordine gerarchico in che ogni pieve teneva il suo clero

ORD diviso in preti e leviti, quindi spie- gò le soscrizioni degli oidi nari di s. Abondio. Su questo punto va letto il Zaccaria, Storia lett. t. VI, p. 5g6. Questi ìiell' Onomasticon Rituale dice ancora, che ordinario significa pine Calendario: Calenda- rium quoque diciinus, quod alii or. dinarium, et ordinem divini qfficii celebrandi appellanl; Ubellum scili- cet, in quo quae singulis diebus of- ficia recitando, fiat, eorumque rilus, episcoporum jussu adnolanlur. Or- dinario o Ordinale, Ordinalis, era il libro in cui si contenevano le cerimonie ecclesiastiche, detto oggi Rituale, come spiega Macri; ed il Zaccaria, Ordinarium ritualis liber est edam ordinarium.

ORDINAZIONE, Ordinatio. L'or- dinare e 1' ordine slesso , 1' atto di conferire gli ordini ecclesiastici , ed il rito di consagrare le persone ec- clesiastiche, col quale si conferisce la grazia e il potere di assistere e trattare con decenza alle incumben- ce ecclesiastiche alle quali sono isti- tuite e destinate. L'ordinazione ge- neralmente considerata può e>sere maggiore , che contiene gli ordini maggiori, la minore i minori ; ma l'ordine complessivamente conside- rato ne' di versi gradi è uno solo, ed è un sagrameuto della nuova leg- ge istituito da Gesù Cristo, nel quale con diverse stabilite cerimo- nie e cose si il potere spirituale all'ordinato di fare tutto quello che ha rapporto coli' ordine stesso, co- me dicesi all'articolo di ognuno, V. Ordine. Abbiamo del p. Morino: Co/n- ment. de sacris eccles. ordinationì- bus3 Antuerpiae 1695. Francesco Hallier , De sacris electionibus et ordinationibus ex antiquo et novo ec- clesiae usu, Romae 1740- Oio. Gia- cinto Sbaraglia , Disputano de sa-

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cris puerorum ordina ti onìbus 3 qua vera vetusque ecclesiae doctrìna est novis ostensa ac propugnata mo- numentisi Florentiae 1760. Wigant, Tribunal conftssaricrum et ordi- nandorum } Pisauri 1760. Ordi- nante chiamasi il vescovo che con- ferisce gli ordini sacri, ed ordinan- do dicesi colui che riceve gli ordi- ni sacri. V. Ordinazioni, ove si parla ancora delle ordinazioni che faceva- no gli antichi Pontefici, e di qualche esempio posteriore.

ORDINAZIONI de' Pontefici. Il principe degli apostoli e primo som- mo Pontefice s. Pietro, in due or- dinazioni creò cinque vescovi, dieci preti e sette diaconi , secondo No- vaes, Storia de' Pontefici: tra quelli da lui ordinati , solo nomineremo s. Evodio vescovo d' Antiochia , s. Aspreno vescovo di Napoli, ed i suc- cessori e Papi s. Lino, s. Cleto, s. Clemente I e Anacleto. Quindi i ro- mani Pontefici conferirono i sacri ordini nel mese di dicembre, ed il Papa s. Simplicio del 4^7 vuoisi che fosse il primo a farlo nel me- se di febbraio, nelle tempora della quaresima, se si deve credere all'A- malurio, De eceles. officiis, lib. 2, cap. 2, in Biblioth. Patr. t. i4> p. 968, ed al Mabillon in Comment. vraevio ad ord, rom. § 16. Però Francesco Pagi, Brev. Pont. rom. t. I, p. 219, sostiene che prima di s. Simplicio i Papi conferivano gli ordini anche in altri mesi , ove si offrisse il bisogno. Il Marlene, De anliq. eccl. rilib. lib. I, cap. 8, ari. 4, aggiunge, che il far menzione l'Anastasio delle ordinazioni esegui- te nel mese di dicembre, non è ne- gare che si facessero pure in altri mesi, contro la comune regola os- servata da' Pontefici. Il Novaes di- chiara non comprendere per qual

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ragione l'Anastasio non abbia rife- rito alcuna di queste ordinazioni fuori del mese di dicembre, se desse vi fossero state, come pretendono il Pagi e il Marlene, poiché riferisce le altre fatte nel dicembre. Riflette inoltre che Papa s. Marco del 336 governò la Chiesa per otto mesi, dal gennaio all'ottobre, e non ostan- te conferì gli ordini sacri, senza che lo potesse fare nel dicembre , che non entrò nel corso del suo ponti- ficato. Cosi ancora fra i cinquauta- sei Pontefici rammentati nella cro- naca di Damaso, nel codice della regina di Svezia, quindici di essi non fecero le ordinazioni in altro mese fuori di dicembre, che furono i santi Anacleto, Evaristo, Sisto I, Ponziano, Antero, Cornelio, Sisto II, Eusebio, Liberio, Svricio, Anastasio I, Sisto III, Ormisda, Giovanni I e Felice III detto IV; onde l'Anasta- sio che si servì di questa cronaca, ha giudicato che tutte le ordinazio- ni fatte dai Papi fossero eseguite nel dicembre, appunto perchè niun altro mese in essa viene ricordato, avendo tralasciato di rammentare le fatte e celebrate fuori del dicem- bre. Se questo è il mese prescritto da' canoni a' vescovi per fare le or- dinazioni, i Pontefici per la loro suprema dignità non potevano es- sere astretti alle regole degli altri vescovi, come si può argomentare dall'essere s. Gelasio I del 492 >l primo Pontefice, che cou decreto assegnò le ordinazioni pontificie a tutte le quattro tempora dell'anno. Condii ude il Novaes, che dopo s. Simplicio sino alla fine del secolo IX, tutti iPapi amministrarono gli ordini sacri nel dicembre o nella prima settimana di quaresima, ov- vero dopo la domenica quarta di essa, fuorché s. Leone II del 682,

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che amministrò questo sacramento nel maggio e nel giugno per le tempora di Pentecoste, e prima di lui s. Gregorio I del 5go una vol- ta in settembre per le tempora, niuno però de' Pontefici li conferi- rono nel sabbato avanti Pasqua , come si ha dal citato Mabillon, Orci, toni. cap. 16, p. io3,cap. 19, p. 126. Tratta sopra la disciplina de' Pon- tefici, nella collazione degli ordini, il suddetto Pagi p. ^5 1, n. i3. Mi era proposto in quest'articolo regi- strare cronologicamente, come dissi altrove, le ordinazioni de' Pontefici, da s. Pietro sino circa al secolo IX, come le riporta il Novaes; ma os- servando poi che riusciva lungo e monotono, trovai più opportuno ri- ferirle alla biografia d' ogni Papa ; ed a quelle che ciò non feci, nel- l'ir.tendimento di effettuare il pri- mo divisamento, supplisco colle se- guenti dichiarazioni , quali riunite pur serviranno a prendere un'idea in che consisteva il numero de' pro- mossi agli ordini sacri maggiori , ne' primi secoli, nelle pontificie or- dinazioni in alcuni pontificati.

Il Papa s. Anacleto del io3, in un'ordinazione nel dicembre creò sei vescovi, cinque preti e tre dia- coni. S. Alessandro I del 121, in tre ordinazioni creò quattro o cin- que vescovi, sei preti, due o tre diaconi. S. Aniceto del 167, in cin- tine ordinazioni creò nove vescovi, dieci o diecisette preti e quattro diaconi. S. Calisto del 221, in cin- que ordinazioni creò otto vescovi , sedici preti e quattro diaconi. S. Ali- terò del 237 creò il solo vescovo ili Fondi. S. Caio del 283, in cin- que ordinazioni nel dicembre creò cinque vescovi, venticinque preti e otto diaconi. S. Anastasio I del 398 ju due ordinazioni creò dieci o un*

ORD dici vescovi , otto o nove preti e cinque diaconi. S. Bonifacio I del 4 18, in una ordinazione nel dicem- bre creò trentasei vescovi , tredici preti e tre diaconi. S. Anastasio II del 496 in una ordinazione nel di- cembre creò sedici vescovi e do- dici preti. Di s. Bonifacio II del 53o s'ignora. S. Agapito I del 535, in una ordinazione nel dicembre creò undici vescovi e quattro dia- coni. S. Benedetto I del 57 4 , io una ordinazione nel dicembre creò veutuno vescovi, quindici preti e tre diaconi. S. Adeodato I del 61 5, in tre ordinazioni creò venlinove ve- scovi, nove o tredici preti, e cinque diaconi. Adeodato II del 672 in una ordinazione nel dicembre creò sei, altri dicono quarantasei vescovi , quattordici preti e due diaconi. S. Agatone del 678 nel dicembre creò dieciotlo vescovi, dieci preti e tre diaconi. Adriano I del 772, nel suo pontificato di circa ventiqualtr' an- ni, in due ordinazioni creò centot- tantacinque vescovi , ventiquattro preti e sette diaconi. Con s. Nico- lò I dell'858 il Novaes termina di riportare le pontificie ordinazióni. Stefano VII dell' 896 depose dal proprio grado gli ordinati dal pre- decessore Formoso e li ordinò di nuovo; ma di contrario sentimento sono diversi autori citati dal No- vaes nella vita di Stefano VII , i quali affermano che questi non con- sagrò gli ordinati, da Formoso. Ma il Papa Romano che gli successe abrogò le cose fatte da Stefano VII; indi Teodoro II dell' 898 annullò gli atti contro Formoso, e Giovan- ni IX che gli successe restituì ai primi ordini i degradati. Tuttavol- la Sergio III del 904, nemico della memoria di Formoso , scomunicò quelli che ordinali da lui eser-

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citassero nella Chiesa l' officio del grado e ministero da esso ricevuto. 11 Baronio scrisse che Stefano VII e Sergio III errarono perciò in que- stione di fatto non di diritto, per pessimo esempio, non per falsa dot- trina. Ne' secoli susseguenti i Pon- tefici fecero eseguire le ordinazioni dai Vicari di Roma, e questi talo- ra da' prelati Vicegerenle, tranne qualcuna, succedendo alle loro or- dinazioni le creazioni de' cardinali. Il Platina nelle File de Pontefici registra le ordinazioni da essi fatte, e con tale titolo eziandio registra quindi le promozioni de' cardinali , vescovi, preti e diaconi sino a Paolo II inclusive. I di lui continuatori egualmente col nome di ordinazio- ni riportano le creazioni o promo- zioni de' cardinali sino a Gregorio XV, sotto il quale per la prima volta apparisce col titolo di Promozione (Vedi) le creazioni de' cardinali preti e diaconi. Con s. Gelasio I del 492 il Cardella principia le Me- morie sloriche de' cardinali, henchè come notiamo a' loro luoghi, molto prima incominciammo ad enumera- re quelli che ci fu dato rinvenire, essendo incertissime le loro notizie ne' primi secoli della Chiesa; men- tre la loro origine a Cardinale la diciamo ne' primi anni del II seco- lo, e meglio suhito dopo la metà di questo : al n.° i de! § V di detto articolo si ragionò delle cerimonie che si usavano anticamente nella creazione de' cardinali , nella feria quarta o mercoledì delle quattro tempora, preceduta da triplice in- terpellazione al popolo sulle qualità de'promovendi, in tre diverse chiese alla messa, e la terza si faceva dallo stesso Papa, che se niuuo si pre- sentava a deporre contro di loro , gli ordiuava preti e diaconi cardi-

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nali. Cambiata in progresso di tem- po in ciò la disciplina, la creazione de' cardinali si passò a fare ne'con- cistori, interpellando i cardinali se doveansi fare altri cardinali, e sul- l'idoneità di chi si dovea promovere, cioè nel primo del mercoledì e nel secondo delle quattro tempora, nel sabbato succedendo la pubblicazio- ne de' nuovi cardinali, e 1' imposi- zione del cappello. In progresso di tempo le promozioni cardinalizie si fecero a beneplacito de' Papi nelle quattro tempora, e fuori di tali e- poche, ad onta che Sisto V con bolla volle richiamare gli antichi riti de' Pontefici de' primi cinque o sei secoli della Chiesa, i quali crea- vano e ordinavano i cardinali sola- mente nel dicembre in giorni di digiuno, prescrivendo altresì negli eletti che abbiano almeno ventidue anni, gli ordini minori, e vestito già per un anno l'abito chiericalc con tonsura, e chi non lo era, do- vesse promuoversi al diaconato den- tro l'anno; di ciò meglio a Diaco- no, Prete, Decano del sacro col- legio e Ozione.

Alessandro III nel concilio Late- ranense III annullò le ordinazioni fatte dagli antipapi. Gli ordinati dal Papa non potendo essere promossi ad ordine più degno senza licenza di lui da vermi vescovo, i Ponte- fici talvolta dispensarono, autoriz- zando alcun vescovo a supplire a questa loro antica prerogativa, e In- nocenzo III die la facoltà all'arci- vescovo di Milano di promuovere agli altri ordini sacri quelli che a- vessero ricevuto qualche ordine dal Papa. Nel i35o avendo Uberto o Umberto rinunziato il Delfinato al re di Francia, ed entrato nell'ordine de'predicatori, in un solo giorno lu ordinato suddiacono, diacono e sa-

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cerdote da Clemente VI, come nar- ra il Macri, Noi. de'voc, verbo Or- cio. Ai rispettivi articoli si portano gli esempi degli ordinati dai Papi, come di alcuni feci nel voi. XIX, p. 3o6 del Dizionario, ed eccone altri tolti dai Diari di Roma, e qualcuno dal Novaes. Siccome però dicemmo che in Roma nelle quat- tro tempora il cardinal vicario o il vicegerente fanno le ordinazioni nella basilica Lateranense, noteremo prima che invasa Roma dai francesi nel 1809 e deportato Pio VII, solo vi ritornò nel maggio 1 8 1 4- Avendo il governo francese costretto il clero al giuramento vietato dal Papa, nelle basiliche Lateranense e Vati- cana pochi membri del capitolo vi restarono, cioè i soli giurati. Per tal motivo le ordinazioni e le consegra- zioni degli olii in esse non si fecero negli anni 181 1, 18 12, 181 3. Nel 181 1 la consegrazione degli olii e l'ordinazione del sabbato santo (quel- la del sabbato sitientes non ebbe luogo per lo scarso numero degli ordinandi) si fece nel palazzo Penli- ni dal vescovo Carenzi, come dissi a Olio santo. Nel 181 1, traimela mentovata, 1812, 18 13 fece le fun- zioni delle ordinazioni e consagra- zioni degli olii monsignor Menochio sagrista pontificio, unico vescovo che non essendo deportato restò in Ro- ma benché non giurasse. Queste funzioni da lui si celebrarono nella chiesa della Missione ( ove trova- vaìisi un sufficiente numero di preti, e circa venti alunni del collegio Ur- bano; 'ed a' dodici preti, sette dia- coni e sette suddiaconi necessari alla consagrazione degli olii vi pensava la segreteria del vicariato, come ai paramenti per le ordinazioni) omes- sa Tordi nazione del sabbato sitien- tts pel detto motivo. Però nel 1814

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tal prelato nella basilica Lateranen- se tenne l'ordinazione nella prima di quaresima e nel sabbato santo, dopo aver nel giovedì santo consa- grato gli olii.

Gregorio XVI ( Vedi ) coman- dò che qualsivoglia estero volesse in Roma ordinarsi, sottoscrivesse prima la forinola che si legge nel voi. Ili , pag. i23 degli Annali delle scienze religiose, seconda serie, nella quale dichiarasse di ricevere le di lui encicliche Mirari vos, e Singulari nos, di approvare le dot- trine contenutevi e di riprovare sen- za alcuna esitazione le contrarie da lui condannate unitamente al nuo- vo sistema filosofico. Quanto ai me- no lontani esempi sul!' ordinazione de' Papi, Beuedetto XIII, come fa- cile ad eseguire le funzioni episco- pali, ne fece diverse, oltre quelle del 1724 accennate nel detto voi. XIX, p. 3o6 del Dizionario, ed anche in Benevento sua chiesa arcivescovile, nelle due volle che vi si recò da Papa. Nel 1723 consagrò vescovo in s. Maria Maggiore il cardinale Ottoboni, che nel precedente anno avea ordinato diacono e prete in due consecutivi giorni; e nelle tem- pora di quaresima nella cappella Sistina del Vaticano tenne l'ordi- nazione generale, nella quale asce- sero gli ordinandi a sessantacinque. Benedetto XIV a Castel Gaudolfo nella seconda festa di Pentecoste, nella chiesa principale ordinò prete Antonio Vincenzo Masi della dio- cesi bolognese. Nello stesso luogo, ma nella cappella segreta del pa- lazzo, Clemente XIII nel 1763 ai 12 giugno, domenica, prima di ce- lebrare, conferì i quattro ordini mi- nori a Gio. Francesco Minati pa- dovano, convittore nel seminario ro- mano. Inoltre Clemente XIII nel

ORD i 7 'ic) avendo nominato nunzi Vis- sonili, Carafa, Onorati, Lucini, Od- di, Localelli, Colonna Pamphilj, do- po aver ad alcuni di loro conferito in diverse funzioni gli ordini sacri, li consagrò tutti arcivescovi : di mol- te consagrazioni di vescovi fatte dai Papi se ne parla a Vescovi, ed ai loro articoli l'amministrazione di al- tri sagramenti. Che Pio VII con- ferì la tonsura o tutti gli ordini mi- nori a Francesco di Paola Borbone (ora padre dell'attuale re di Spa- gna Francesco d'Assisi) nella sua cappella domestica, lo dissi nel voi. IX, p. 162 del Dizionario. 11 re- gnante Pio IX nella cappella se- greta del Quirinale nel dicembre 1847 promosse ai sacri ordini sino al presbiterato il suo cameriere se- greto monsignor Edoardo Borromeo in Ire feste successive , in quella della Concezione cioè, e nelle due seguenti domeniche, assistendo e- ziandio alla celebrazione della pri- ma messa dell'ordinando nella stes- sa cappella il 21. Il eh. Vermi- glioli, nelle Lezioni di diritto caiW' ììico, voi. I, lez. XI, afferma : che il sommo Pontefice colla pienezza di sua potestà, può in ogni luogo e chiunque ordinare, ed anche col- l'oracolo della viva voce, quantun- que fra i dottori vi sia questione se possa in tal modo ordinarsi il sacerdote. V . Ordinazione, Ordine. Quanto alla Consacrazione ed or- dinazione del sommo Pontefice {Ve- di), mentre ad Anniversario della

CREAZIONE, CONSACRAZIONE e CORONA- ZIONE del Papa, si parla dell'anni- versario di sua ordinazione. Sulle ordinazioni regolate dai Papi de' ve- scovi d'Occidente [Pedi), si può consultare il Zaccaria, Ariti Febbro- nio par. II. Mabillon, Alus. hai. t. II, Commetti. XVI: De ordina-

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tionibus sacrìs ecclesiae romanae. V III Or do romanus de ordina tio- nibus sacrìs. IX Ordo romanus c- jusdern armamenti.

ORDINE, Ordo. La parola or- dine si usa in lato modo a signifi- care lo stato della Gerarchia ec- clesiastica [Vedi), ossia il sacro prin- cipato della Chiesa, composto di ili- versi pastori e ministri, di podestà ineguale forniti, destinati 3 com- pire quanto appartiene all'esercizio del culto divino e alla salvezza delle anime ; e in un senso più stretto e comune, ad esprimere il sacro rito, col quale si al cristiano la po- destà di esercitare le sacre funzioni e la grazia di esercitarle santamen- te. In tal senso egli è un vero sa- gramento, ed è il sagramento del- l'ordine col quale si cousagrano i ministri della Chiesa, ed uno de' suoi sette sagramenti. Il p. Chardon, Storia de sacramenti lib. I, dell'or- dine, lo chiama fondamento della religione cristiana, non polendo dar- si religione senza sacerdote e sagri- fìzio , ed essendo questo il sagra- mento che costituisce nella Chiesa i ministri delle cose sanie, i media- tori tra Dio e gli uomini, i sagri- fica tori che offrono a Dio l'ostia santa e vivificante, sostituita a tutti i sagrifizi dell'antica legge; l'ordine mantiene perpetuo il cristiano sa- cerdozio. I greci d'ordinario chia- mano questo sagramento con vo- cabolo che significa stendere la ma- no, perchè nelle loro adunanze so- levano alzare o sfendere la mano nel dare il suffragio per l' elezione de' ministri ecclesiastici, e perchè gli eletti erano consagrati al santo mi- nistero coll'estensione o imposizione delle mani. Tutta la Chiesa gre- ca che latina, ha sempre usata la imposizione delle mani , come ina-

Go ORD ORD teria essenziale della sacra Ordina- grazia, clic in le per l'imposizione zione (Fedi), unita alla preghiera, le delle mie mani. Ora un rito, un cui parole determinano gli effetti segno esteriore, capace di per della cerimonia esteriore: a Mano stesso a conferire la grazia, non si dice delle diverse imposizioni del- può essere che un vero sagramen- le mani in uso nella Chiesa. L' or- to. La tradizione delle due chiese dine è un sagramento della nuova è formale sulla esistenza del sagra- legge istituito da Gesù Cristo, per mento dell'ordine: i più antichi e ve- da re il potere e la grazia di con- nerahili padri della Chiesa greci e sagrare il suo corpo e di adempiere latini, talmente ed unanimi si espri- n Ile altre funzioni ecclesiastiche. E- mono, che non lasciano luogo a du- gli nell'ultima cena, dopo aver isti- bitare che in tutti i tempi il rito tuito il sagramento dell' Eucaristia col quale si sono consagrati i mi- (Fedi), ordinò agli apostoli di con- nistri dell'altare siasi creduto un sagrare e sagrificare il suo divin vero e proprio sagramento; ed i corpo e sangue; e dopo che risii- concilii ecumenici di Calcedonia e scitò da morte, spedi gli apostoli a di Trento ne fecero una solenne de- predicare pel mondo, conferendo lo- finizione di tede. E veramente stra- ro una potestà simile a quella con no che alcuni pretesi riformati, co- la quale egli stesso era stato spe- me i viclefisti, i luterani, i cai vini- dito dal Padre. Lo stesso Gesù Cri- sti ed altri eretici, riguardando nel- sto disse agli apostoli dando loro le loro dottrine l'imposizione delle il potere di rimetterei peccati: Ri- mani come una consagrazione, poi cevete lo Spirilo Santo j i peccati escludono l'ordine dal numero dei saranno rimessi a quelli ai quali sagra menti comuni a tutta la Chie- voi li rimetterete. Ricevettero anco- sa. La Chiesa ha sempre creduto ra gli apostoli dal Redentore il pò- che la natura o l'essenza del sa- tere di conferire ad altri quella pò- gramento dell'ordine consistesse nel- testà medesima, com'era stata loro la consagrazione legittima de' mini- da lui conferita, affine di perpetua- stri fatta dal vescovo, colla mate- re nella Chiesa il santo ministero, ria e la forma convenienti, come abbiamo dalla sacra Scrittu- ra ; ed è certo che gli apostoli or- § I. Divisione del sagramento dinarono vescovi, preti e diaconi. dell' ordine. Si legge nel cap. 6 degli Alti degli

apostoli, che vennero ad essi pre- ' Non vi è propriamente che un sentati i sette discepoli destinati al solo sagramento dell'ordine. Questo diaconato, e che essi imponessero però si distingue in sette ordini o loro le mani pregando. Tutti con- gradi, come sette parti componenti vengono che l'imposizione delle ma- un tutto solo, che termina nel sa- ni significhi la presenza dello Spi- cerdozio o presbiterato ; cioè l'ostia- rito Santo e la grazia di lui , che rio o ostariato, l'esorcista o esorci- s' infonde nell'anima del soggetto, slato, il lettore o lettorato, l'accoli- su cui si adempie, e le parole del- to o accolitalo, il suddiacono o sug- l'apostolo s. Paolo dirette a Timo- diaconato, il diacono o diaconato, teo, ne sono il fondamento più si- il sacerdote o sacerdozio o presbi- curo: Io ti esorto a rianimare la teralo che occupa il primo rango

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tra gli ordini : di ognuno si parla ai loro articoli. Sopra tutti i sette ordini s'innalza eminentemente quel- lo del Vescovo [Vedi) o episcopato o vescovato, essendo i vescovi le- gittimi successori degli apostoli, e ne' quali è la pienezza del sacerdo- zio, superiori in carattere, in auto- rità e podestà a' sacerdoti. L'alta idea che giustamente si concepì fi- no dai primi giorni della Chiesa del sagrifizio della Messa (Vedi) e di tuttociò che a quella si riferisce, fece conoscere che il concorso di un numero di ministri raccolti intorno all'altare, incaricati di diverse fun- zioni, tutte tendenti al compimento del sagrifìzio, avrebbe reso la ceri- monia più augusta, e ispirato ne'fe- deli più grandi sentimenti di pietà e di divozione. Moltiplicatisi poi mi- rabilmente i fedeli, come fu neces- sario l'accrescere il numero de' ve- scovi, così divenne importantissimo 1' aumentare quello ancora de' mi- nistri inferiori, e si sentì il bisogno di formare de' giovani chierici , di dedicarli per tempo al servigio di Dio j assuefacendoli con l' esercizio delle sacre più o meno importanti funzioni. Ecco le principali cause della istituzione di alcuni ordini. L'ostariato, l'esorcistato, il lettora- to e l'accolitato si dicono ordini mi- nori, perchè hanno una podestà di esercitare le funzioni più remote dal santo sagrifìzio, e non operano immediatamente sopra una cosa con- sagrata. 11 suddiaconato, il diaco- nato e il sacerdozio si appellano ordini maggiori, per la prossimità e stretta relazione che hanno col santo altare; il* primo viene am- messo al maneggio de' vasi sagri ; l'azione de' secondi risguarda il cor- po e sangue di Gesù Cristo, cioè il sacerdote per consagrarlo, il diaco-

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no vi coopera distribuendo l' Eu- caristia, come faceva anticamente; donde ne viene ancora, che quelli i quali sono promossi a tali ordini, siano irrevocabilmente dedicati al divino servigio e obbligati a con- servare perfetto e perpetuo Celiba- to [Vedi). Prepara al ricevimento di questi ordini la Tonsura [Vedi) ecclesiastica, la quale non è che una semplice cerimonia che inizia il bat- tezzato al servigio della Chiesa, lo fa partecipe de' privilegi dello stato ecclesiastico , e lo rende alto a con- seguire benefizi, i quali senza di essa per goderli occorre la pontifi- cia dispensa. 11 vescovato, il sacer- dozio, il diaconato sono d'istituzio- ne divina, come rilevasi dalle sacre scritture ; gli altri cinque sono stati istituiti dalla Chiesa fino da' tempi apostolici, siccome insegna il conci- lio di Trento, esistendo già allora tutti gli ordini dall'ostariato al pres- biterato , solo il suddiaconato di- venne ordine maggiore e sacro as- sai più tardi , cioè al tempo circa di Urbano II, finché Innocenzo 111 lo comprese fra i maggiori. I tre ordini del suddiaconato, del diaco- nato e del sacerdozio , propriamen- te sono ordini sacri o maggiori; i quattro ordini dell'ostariato, dell'e- sorcistato, del lettorato e dell' acco- litato, propriamente sono ordini non sacri o minori. E certo che vi so- no per Io meno sette ordini nella chiesa latina, ed il concilio di Tren- to lo dice espressamente , non de- cise però altrettanto per la greca. Vi sono alcuni i quali ciedouo che il vescovato , 1' officio di cantore e la tonsura sieno veri ordini, e che per conseguenza vi sieno dieci or- dini presso i latini. Altri non ri- conoscono che quattro ordini pressoi greci , cioè il sacerdozio, il diacona-

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to, il suddiaconato o ippodiaconato e il lettorato; altri vi aggiungono l'epi- scopato, altri l'officio di accolito, di esorcista, di ostiario, di cantore, di confessore, di fossario o beecamor- to; ma i rituali greci solo fanno menzione de' suddetti quattro ordi- ni, oltre l'episcopato, altri attri- buendoli al primicerio, al sacella- rio e ad altri, mentre l'ostariato, l'esorcistato e il lettorato vengono tutti compresi nella collazione del lettoi-alo, nella quale si usa dal vescovo ordinante una sola e sem- plice formola ed orazione, e quin- di ricevuto che abbia l'inizian- do il detto ordine, cui si fa sem- pre precedere la tonsura de' capel- li, diventa al tempo stesso e letto- re ed ostiario ed esorcista ed acco- lito, e ne esercita da quel momen- to i relativi uffizi, come può veder- si nell'eucologio greco. Sul numero e distinzione di diversi ordini si nell'oriente che nell'occidente, si vegga il p. Chardon t. I, lib. I, cap. I.

§ II. Della materia dell'ordine, sua forma, suoi effetti, e reiterazione di esso proibita.

Le opinioni de' teologi sono di- vise tanto sulla materia che sulla forma dell'ordine; ma sulle due o- pinioni nulla decise il concilio di Trento. Quelli i quali non ricono- scono che la sola imposizione delle mani del vescovo come materia es- senziale, non riconoscono parimenti che l'orazione la quale accompagna l'imposizione delle mani per forma essenziale; e quelli i quali preten- dono che la tradizione o consegna degl'istromenti sia la materia essen- ziale, pretendono altresì che le pa- role le quali accompagnano la tradì-

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zione stessa degl'istromenti siano la forma essenziale, sia essa totale o sia parziale. Quelli i quali sosten- gono, che la sola imposizione delle mani sia la materia essenziale del sagramento dell'ordine, si appoggia- no alla Scrittura, ai concilii, fra' qua- li il Niceno I, ai padri ed agli an- tichi rituali, citati dal p. Morino, par. 2, De sacr. ordinai., i quali non fanno menzione che della sola imposizione delle mani, quando par- lano dell'ordinazione de'sacerdoti e de' diaconi. L'ordine deve avere la materia, che nel sacerdote è la con- segna del calice col vino, e la pa- tena coll'ostia, ossia pane azimo se si ordina secondo il rito della chie- sa latina, col pane fermentato se secondo la chiesa greca cattolica ; nel diaconato i libri degli evange- li; nel suddiaconato il calice con sopra la patena ma vacua, e ciò rapporto agli ordini maggiori. Per i minori la materia è quella cosa che ai medesimi appartiene, in re- lazione dell'incombenze ecclesiasti- che che a questo si conviene, e si descrive ai loro articoli come e me- glio si fa de'primi. La forma o formola sono le parole stabilite dalla Chiesa , ad ogni ordine, e quella che riferisce al compimen- to dell'ordine, cioè pel sacerdozio fu concepita dal concilio di Firen- ze sotto Eugenio IV, in termini che nel tenore alcun poco differi- sce da quella del Pontificale roma- no, che attualmente si usa. Deve- si contemporaneamente alla tradi- zione o consegna della materia, pro- ferirsi la forma. Quanto alla rubri- ca del Pontificale romano, il quale dice che il carattere s'imprime nel- la consegna degl'istromenti, essa non è antica, ne universale, e si de- ve attribuire a qualche particolare,

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oltre i! decreto di Eugenio IV. Al- tri chiamano la tradizione degl' i- stromenti, materia accidentale o in- tegrante dell'ordinazione, perchè es- sa esprime più chiaramente gli of- fizi degli ordinandi e la grazia an- nessa ai diversi ordini, e colle pa- role che l'accompagnano loro facoltà di usarne, della quale sono spogliati nella degradazione con tor- gli dalle mani il calice colla pate- na, ec, senza spogliarli però del carattere o della podestà dell'ordine. V. Degradazione e Deposizione, ed il Pontificale Romanum, par. 3. Degradationis forma, ossia Ordo suspensionis, reconciliationis, depo- silionis, dispensalionis, degradatio- nis et restilationis sacrorum ordi- nimi. La chiesa greca conferisce il sacerdozio colla sola imposizione delle mani, accompagnata dalle pa- role: Accipe Spiritimi Sanelum. Il concilio di Cartagine del 3g8 ed altri concilii stabilirono la forma del- le ordinazioni. Abbiamo di Josepho Pons ispano: Dissertalo hislorico- dogmatica de materia et forma sa- crae ordinalionis , et singillatim praesbyteralus in illorum ulililatem qui sacros ordincs suscipere, aut ministrare debent, Bononiae 177& Di essa se ne legge il giudizio nel- l' Effemeridi lelt. di Roma del 1776, che dichiara essere stata trattata la dissertazione con lodevole teologia scolastica. In un codice vaticano vi è la Dissertazione della nazione dei eopti, e della validità del sagra- meato dell' ordine presso di loro, scritta nel 1733 da Giuseppe Si- monio Assemani. Ivi si tratta del sagramento dell'ordine conferito dai vescovi copti ; della materia e for- ma degli ordini nella chiesa orien- tale ; quale imposizione delle mani sia la materia, e quale orazione sia

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la forma nella chiosa orientale; del modo di conciliare la chiesa orien- tale colla cattolica romana nella materia e forma degli ordini, ec. A Liturgie delle chiese orientali, e negli analoghi parziali articoli si parla di tali argomenti. Vedasi il Sarnelli, Leu. eccl. t. I, lett. 39. Conciliazione della diversità nella materia sagramentaria tra la chiesa latina e la greca; e la lettera 46 del t. III.

Il sagramento dell' ordine produ- ce due elfetti principali, cioè la grazia santificante e il carattere, il quale fa che un ordine valida- mente conferito non può mai esse- re reiterato : questo è un punto definito contro i luterani e i calvi- nisti dal concilio di Trento. La gra- zia santificante che produce l' or- dinazione in un individuo ben pre- disposto, è quella che chiamasi se- conda, la quale suppone 1' uomo di già giustificato e che ne aumenta la giustizia. È altresì la grazia sa- gramentale propria all'ordinazione quella che il diritto ai soccorsi attuali necessari per esercitare de- gnamente le funzioni del santo mi- nistero per rapporto alla salute dei fedeli. Il carattere che produce la ordinazione è una marca impressa nell' anima in modo indelebile, per mezzo della quale coloro che han- no ricevuto questo sagramento sono distinti da coloro che non Io han- no ricevuto, e sono resi atti ad e- sercitare le funzioni ecclesiastiche. È questione molto discussa nelle scuole, se qualunque ordine confe- rito secondo il rito essenziale, cioè colla materia e forma legittima, è egli valido e produce un carattere indelebile quando viene conferito da un vescovo eretico o scismati- co o simoniaco, o scomunicato per

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qualunque motivo. La maggior par- te de' teologi credono valida tale ordinazione, ed hanno in loro fa- vore tutte le prove estrinseche dei concilii, de' padri e dell'uso costan- te della Chiesa. S. Anastasio II Pa- pa del 49^ dichiarò validi il batte- simo e gli ordini sagri, conferiti dal vescovo scomunicato e sospeso, per non dire di altri che vietano di reiterare le ordinazioni fatte fuori del grembo della Chiesa. La Chiesa ha sempre considerate come valide le ordinazioni fatte dagli eretici, sci- smatici, scomunicati, giacché essa ha in tutti i tempi accolli gli uni e gli altri che si sono convertiti. Vi sono cento esempi di questa disci- plina concernente il ricevimento de- gli Eretici (Pedi), come ne' concilii generali di JN'icea I e di Efeso; tut- lavolta il p. Morino cita un gran numero di concilii, di padri e di fatti ecclesiastici, contro la validità delle ordinazioni eseguite dagli e- retici scismatici, simoniaci, ec. ; a tutte queste difficoltà ben risposero i teologi, le spiegarono e ne dichia- rarono i dubbi con ragioni e prove convincenti. Quanto agli eccessi di x Stefano III e Sergio III contro gli ordinati di Papa Formoso vedasi Oedinazioxi de' Pontefici.

Il Bernini, Storia dell'eresie cap. VI, narra, che divenuta la simonia ob- brobriosa nel nome e ne'fatti, derivò l'eresia dei riordinanti, che furono alcuni troppo zelanti, i quali non solo condannavano i vescovi simo- niaci, ma volevano che gli ordinati da loro di nuovo si riordinassero, come invalidamente ordinati, il che impugnò Clemente li, dispensato- riamente ammettendo l' esecuzione dell' ordine, distinguendo quelli che scientemente e non simoniacamente si sottoposero al simoniaco e vice-

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versa, affinchè ciascuno ricevesse la differente pena, conforme era sta- to stabilito coi caduti nell' idola- tria o lassi, divisi in varie classi. Quindi riporta alcuni esempi di riordinazioni, e che s. Anselmo ve- scovo di Lucca riconoscendo nulle le ordinazioni fatte dai simoniaci, tenne solo per valido e rato il bat- tesimo conferito dai simoniaci ed al- tri eretici, per la estrema necessità di esso. Aggiunge che s. Leone IX e s. Gregorio VII non definirono se le ordinazioni degli eretici fos- sero valide, esprimendosi con paro- le ambigue. Difendendo i riordinan- ti la loro sentenza contro i simo- niaci, con quanto disse s. Pietro a Simone mago autore de'simoniaci, ritennero le ordinazioni di questi nulle e reiterabili. Questa diversità di pareri si dilucidò dai dottori s. Tommaso e s. Bonaventura, da Eugenio IV e dal concilio di Tren- to, contro la reiterazione degli or- dini; questa, come di altri sagra- menti, ammise s. Gregorio I in casi di dubbiosa collazione. Con- chiude il Bernini, che per la rior- dinazione si debba intendere la ri- benedizione che si conferisce agli ordinati illecitamente, con quel so- lenne rito praticato in reconcilia- tione schismatici vel haereticij ma non uullamente dai vescovi simo- niaci avendo eglino ricevuto il ca- rattere quoad substantiam, e sola- mente essendo sospesi quoad exer- citium. Vedasi il Pontificale Rorna- num: Ordo ad reconciliandutn a- postatam, schisnialicwn, vel haere- ticumj ed il Sarnelli t. I, lett. 28: Se gli ordinati dagli eretici, scisma- tici, scomunicati, simoniaci siauo validamente come illecitamente or- dinati. Nel t. IX ci la lett. 38: Che il vescovo, il prete e il diacono

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ingiustamente deposti, se si tornano acl ammettere alla Chiesa, non deli- bano essere riordinati, non essendo- si inai usate nella Chiesa le riordi- nazioni e riballezzazioni.

£j III. Del soggetto dell'ordine, e delle, disposizioni o condizioni per riceverlo.

Il soggetto dell'ordine è qualun- que persona capace di riceverlo, cioè l'uomo soltanto, e non la don- na, né la Diaconessa [Fedi); l'esem- pio delle profetesse, diaconesse, pre- sbiteresse o sacerdotesse non favo- risce punto le femmine, non essen- do ordine la profezia, l'officio delle antiche Diaconesse e Sacer- dotesse o Presbileresse (Fedi) ; quan- to a Giovanna Papessa (Vedi), è mesta una rancida favola. I soli t istiani battezzati sono capaci del- l'ordinazione, perchè il battesimo è la porta degli altri sagramenti, e perchè nessuno può dare figli spi- rituali alla Chiesa come ministri pubblici, ciò che si fa coll'ordina- zione, senza essere egli stesso mem- bro e figlio della Chiesa medesima, il che si ottiene col battesimo. Egli è perciò che vennero sempre bat- tezzati e ordinati di nuovo i chie- rici ch'erano stati promossi agli or- dini senza essere stali validamente battezzati, com'è dimostrato dal ca- none 19 del concilio Niceno I. I fanciulli che non hanno ancora l'uso della ragione sono capaci di essere validamente ordinati, secondo l'opi- nione di molti, poiché i sagramen- ti i quali imprimono carattere, co- ree il battesimo, la confermazione e l'ordine, non esigono inten- zione, né consenso per parte dei fanciulli che li ricevono: molti esem- pi ne riportiamo ai relativi artico-

VOL. XI.IX.

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li, e molti ne produssero il p. Mo- rino, De sacr. orditi, par. 3, exercit. 5, ed il p. Alartene, De antiquit. rie 1. 1, cap. 8, art. 3. Lo stesso deve dirsi degli insensati, la di cui de- menza è continua; ma i fanciulli ordinati non sono poi obbligati a osservar le leggi della continenza, se essi volessero astenersi dall'eser- cizio dell'ordine, come avverti con altri, Billuart, Deord. t. 16, p. i36. Innocenzo III, cap. Major, decise non potersi validamente ordinare un adulto, quello cioè ch'è perve- nuto all'età di giudizio e di di- screzione, suo malgrado, per la ra- gione che Gesù Cristo non volle costringere gli uomini ad assumer- si loro malgrado obblighi che so- no una conseguenza necessaria dei sagramenti, e particolarmente quel- li del battesimo e dell'ordine. Il Sarnelli nel t. 8 ci diede la lett, 24'- Quale intenzione si ricerca per ricevere gli ordini validamente, e quale per conferirli. Nove sono le disposizioni o condizioni principali necessarie per ricevere lecitamente gli ordini, affinchè chi vuole ab- bracciare lo stato ecclesiastico, non faccia una risoluzione imprudente e falsa, la quale tornerebbe a som- mo suo danno, non meno che del- la Chiesa; cioè la vocazione, la buo- na intenzione, la santità, la scienza, 1' età, gli interstizi, il titolo, l'ordi- nazione successiva, e l'esenzione di irregolarità, delle quali eccone una breve spiegazione.

1 La vocazione è assolutamen- te necessaria : Dio scelse i suoi mi- nistri in tutti i tempi; e s. Paolo insegna che niuno deve ingerirsi nella dignità del sacro ministero, se prima non vi è chiamato da Dio, come Aronne; e Gesù Cristo stesso vi entrò dopo esservi stato chiama-

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to dal Padre suo. 2." E necessaria la di possedere una dottrina propor- buona intenzione, la quale consiste zionata alla grandezza e alla esten- nel non proporsi altro scopo nell'en- sione delle sue funzioni, e pecca gra- ttare nello stato ecclesiastico, se non veniente o quando manca di tal quello di consagrarsi alla gloria di dottrina, o quando ordina persone Dio, alla sua propria salute ed a che non hanno la dottrina richiesta quella degli altri : entrarvi con vi- per gli ordini ch'essi ricevono. 5.° ste mercenarie, o fomentati dai pa- Secondo il concilio di Trento biso- renti, per gli onori e ricchezze, è gna aver toccato i ventidue anni un commettere peccato mortale : pel suddiaconato, e i venticinque di alcune ordinazioni fatte per for- pel sacerdozio; esso non determina za le riporta il Berlendi, Dello- l'età per ricevere la tonsura e i blazione par. i, § 8. Ripugnali- quattro ordini minori. V. Eta\ 6.° do s. Girolamo di ricevere gli or- Bisogna osservare, secondo la decre- dini sagri , colla forza l' ordinò tale di Papa s. Siricio (Fedi) del S.Epifanio, facendogli tenere la boc- 385, gì' Interstizi nel conferire gli ca serrata. 3.° La grandezza e l'ina* ordini, cioè un intervallo di tempo portanza delle funzioni ecclesiastiche tra il ricevimento d' un ordine e provano abbastanza quanto sia ne- quello di altro superiore, iu pro- cessarla una santità non comune in porzione, la cui osservanza confer- coloro che vi si accostano, e fa niò s. Zosimo Papa del 4 '7- Oli d'uopo che si purifichino e si san- antichi canoni volevano un inter- tifìchino, prima di accingersi a san- vallo di dieci anni tra gli ordini liticar gli altri. Gli ecclesiastici maggiori, e di cinque tra i minori; essendo in virtù del loro stato i i canoni posteriori del concilio di depositari della verità divina, i di- Trento non determinano il tempo spensatori de'misteri di Dio, le gui- fra gli ordini minori, lasciando al- de e i condottieri del popolo nel- la prudenza del vescovo lo stabilir- le vie della salute, sono obbligati lo e il dispensarne, e quanto agli possedere una scienza proporzionala ordini sacri o maggiori, prescrivono ai loro ordini e alle funzioni più un anno d'interstizio per ciascuno. o meno importanti di cui sono in- I canoni obbligano in coscienza, e caricati. Secondo il concilio di Tren- coloro che non li osservano, facen- to, il tonsurato deve saper leggere dosi ordinare senza osservare gl'in- e scrivere, e possedere gli elenien- terslizi, peccano mortalmente. L'an- ti della religione; chi ha gli oidi- no d'interstizio del suddiaconato al ni minori deve sapere di più la diaconato, o del diaconato al sacer- lingua latina ; il suddiacono e il dozio, è ecclesiastico e non civile e diacono devono essere istruiti di naturale composto di dodici mesi ciò che appartiene alla natura e interi: un chierico che sarà stato alle funzioni de'loro ordini ; il pre- ordinato diacono nel sabbato delle te dev'essere in istato non solo di quattro tempora della quaresima di amministrare i sagramenti, la di- quest'anno, potrà essere ordinato spensazione de' quali gli è affidata, sacerdote nel sabbato delle quattro ma anche d'istruire i! popolo e di tempora di quaresima dell'anno se- guidarlo con sicurezza nella via del- guente, benché questo sabbato giuri- la giustizia^ il vescovo è obbligato ga venti giorni prima dell'anno cor-

ORD rente. Il solo Papa co\Y Extra tem- pora [Vedi), può dispensare intie- ramente dagli interstizi, dando au- che più. ordini maggiori ad una medesima persona in uno stesso gior- no : la bolla Cimi ex sacrorum or- dinimi di Pio II, seguita da molti altri, pronunzia la sospensione di di- ritto contro quelli che ricevono gli ordini, extra tempora ; le dispense pontificie si accord.ino per qualche necessità o ragione, più o meno fa- cilmente, secondo la volontà de'Pon- telici, ed Innocenzo XI fu modera- to dal dispensare l'età e gl'inter- stizi. 11 vescovo può solamente di> sponsale d'una parte di essi per la necessità, o per qualche importan- te causa, o per l'utilità della Chie- sa, ed in sua assenza il vicario ge- nerale può dispensarne, quando ha la facoltà di accorciare le Dimisso- rie [Vedi). Eletto Papa s. Grego- rio VII, da diacono ch'era, volle dif- ferire a prendere il sacerdozio fino nlle quattro tempora di Pentecoste, e la consagrazione episcopale fino alla festa del principe degli aposto- li. Egualmente Innocenzo III, eleva- to al pontificato essendo diacono, volle aspettare le quattro tempora di quaresima per ricevere il sacer- dozio. Dell'età e tempo degl'inter- stizi per ricevere gli ordini, vedasi : Allalii, De aetale et interstidis in collatione ordinimi, etiam apudgrac- cos servandis,ì>\.on\ae i638. Labbé, Concil. t. II, p. 1021 ; e Lamberti- ni, Instit. 58 , p. 29?. 7.0 È ne- cessario un Titolo o Patrimonio o Benefizio [Fedi); a chi non l'aves- se Innocenzo XI comandò che non si conferissero ordini, rinnovandone la legge : si fa a titolo di povertà nesjli ordini mendicanti, e di missio- ne ne' missionari. 8." Bisogna farsi ordinare successivamente e per gra-

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di, in modo che non si venga a ri- cevere un ordine superiore prima di avere ricevuto gì' inferiori, ciò che i canoni chiamano promozione per saltimi, di che parlammo a Ma- tricola (J'edi), catalogo che conte- neva i nomi de'mimstri della Chie- sa, distribuiti in ordini : l'ordinazio- ne per saltimi è valida, ma proibi- ta ; colui ch'è in tal modo ordina- to incorre nella sospensione, e nel- l'irregolarità se esercita le funzioni dell' ordine che non ha ricevuto. Quanto al non essere stato ne'pri- mi secoli necessario l' ascenso per grado agli ordini, e de'Papi consagra- ti vescovi ommesso il sacerdozio, se ne tratta a Consacrazione del som- mo Pontefice, ed a Laico. Si può leggere il Sarnelli t. II, lett. i5'< Se si è mai dato nella Chiesa che taluno ricevesse l'ordine maggiore, senza aver prima ricevuto il mino- re; e del chierico ordinato per sal- to. €)." Bisogna essere eseute da Ir- regolarità [Fedi). Il Sarnelli nel t. II ci die la lett. 38 : Se la brevità della statura sia compresa ne'difet- ti che inducono irregolarità.

Cj IV. Del ministro dell'ordine.

Il solo vescovo consagrato è il ministro ordinario del sagramento dell' ordine, punto di fede deciso dal concilio di Trento, e fondato sulla sacra Scrittura e sulla tradi- zione. Un semplice prete può esse- re il ministro degli ordini minori per commissione del Papa, come fe- ce s. Celestino V con fr. France- sco d'Apt per Lodovico figlio di Carlo II re di Napoli, e com'è di- mostrato dal concilio di Trento, dall'usanza de'cardinali non vescovi ne'Ioro titoli, finché Innocenzo Xlt non tolse loro tal privilegio, e da

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quella degli abbati de'cistereiensi, i quali conferiscono i quattro ordini minori; dall'abbate di s. Paolo dei cassiuesi cui Benedetto XIII conces- se conferirli in un alla cresima ai monaci loro soggetti, e sudditi dio- cesani dell'abbazia; dall'abbate di Monte Cassino, dall'abbate di Mon- te Vergine, e dal commendatore di s. Spirito ai canonici regolari, fu accordato il conferire la prima ton- sura e gli ordini minori ; e per non dire di altri, Leone X die fa- coltà al priore d'Aviz di conferire gli ordini minori ai suoi sudditi . Prima che nelle vicinanze di Geru- salemme vi fossero vescovi cattolici, il p. guardiano del s. Sepolcro con- feriva la prima tonsura, gli ordini minori e la cresima. Molti teologi portano lo stesso giudizio del sud- diaconato, alcuni del diaconato, ed alcuni altri del sacerdozio , cioè che un prete può esserne ministro per pontificia autorizzazione; ma secon- do l'opinione più comune, ch'è quel- la di s. Tommaso, un semplice pre- te non può conferire validamente il diaconato, il sacerdozio, perchè siffatto potere è riservato ai vescovi: si tiene per dubbio il pri- vilegio che dicesi concesso da In- nocenzo Vili agli abbati cistereien- si, di conferire il diaconato. Ai Co- repiscopi (Fedi) era lecito ordina- re lettori, esorcisti, e suddiaconi, quando il suddiaconato nella primi- tiva Chiesa era annoverato tra gli ordini minori. Si può consultare il Sarnelli t. VI, lett. 29 : Se chi non è vescovo possa ottenere dal Papa la facoltà di conferire gli ordini sa- cri. E della podestà degli abbati sacerdoti e benedetti , di conferire gli ordini minori, ai quali il con- cilio di Trento restrinse il potere di conferirli ai monaci loro sudili-

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ti soltanto. Ninno può essere leci- tamente ordinato se non che dal suo proprio vescovo, o da un al- tro col di lui permesso o dimisso- ria, come determinò il concilio di Trento. Bonifacio Vili, seguito dal quarto concilio di Milano tenuto da s. Carlo, distinse tre sorta di ve- scovi propri, quello della nascita, quello del titolo o beneficio, e quel- lo del domicilio, e meglio dicesi a Dimissokia. Un vescovo può ordi- nare un individuo che non appar- tiene alla sua diocesi, dopo ch'egli lo ha per tre anni nella sua casa, e purché gli dia un beneficio sen- za alcuna frode nel tempo della sua ordinazione, come prescrisse il concilio di Trento. In quello II di Lione, Gregorio X decretò, non po- tere un vescovo lecitamente ordi- nare un individuo di diversa dioce- si, al quale ha dato un beneficio coll'intenzione di ordinarlo, senza il permesso del suo proprio vescovo, o del capitolo in occasione di sede vacante, e